sabato 11 marzo 2017

Easter, 1916 - William Butler Yeats

Tra le poesie politiche di William Butler Yeats la più famosa è di certo “Easter 1916” che attraverso il linguaggio simbolico e spesso oscuro, tipico di Yeats, parla della rivolta del lunedì di Pasqua (1916) a Dublino, guidata dallo Sinn Fein e repressa nel sangue, in cui persero la vita persone care e meno care al poeta. La poesia però trascende il fatto storico che pure incise fortissimamente nell’immaginario del nazionalismo irlandese tanto da essere tuttora ricordata in canzoni pop come Zombie dei Cranberries.
Yeats pur amando profondamente il suo paese e pur sforzandosi di essere impegnato politicamente, rimane in effetti ai margini della politica vera e propria. Easter 1916 risulta quindi soprattutto una poesia di dolore che dà voce allo shock emozionale del poeta subito dopo quella tragica pasqua.

Easter, 1916

I have met them at the close of the day
Coming with vivid faces
From counter or desk among grey
Eighteenth-century houses.
I have passed with a nod of the head
Or polite meaningless words,
Or have lingered awhile and said
Polite meaningless words,
And thought before I had done
Of a mocking tale or a gibe
To please a companion
Around the fire at the club
Being certain that they and I
But lived where motley is worn:
All changed, changed utterly:
A terrible beauty is born.
That woman’s days were spent
In ignorant good-will,
Her nights in argument
Until her voice grew shrill.
What voice more sweet than hers
When, young and beautiful,
She rode to harriers?
This man had kept a school
And rode our winged horse;
This other his helper and friend
Was coming into his force;
He might have won fame in the end,
So sensitive his nature seemed,
So daring and sweet his thought.
This other man I had dreamed
A drunken, vainglorious lout.
He had done most bitter wrong
To some who are near my heart,
Yet I know him in the song;
He, too, has resigned his part
In the casual comedy;
He, too, has been changed in his turn,
Transformed utterly:
A terrible beauty is born.
Hearts with one purpose alone
Through summer and winter seem
Enchanted to a stone
To trouble the living stream.
The horse that comes from the road,
The rider, the birds that range
From cloud to tumbling cloud,
Minute by minute they change;
A shadow of cloud on the stream
Changes minute by minute,
A horse-hoof slides on the brim,
And a horse plashes within it;
The long-legged moor-hens dive,
And hens to moor-cocks call;
Minute by minute they live:
The stone’s in the midst of all.
Too long a sacrifice
Can make a stone of the heart.
O when may it suffice?
That is Heaven’s part, our part
To murmur name upon name,
As a mother names her child
When sleep at last has come
On limbs that had run wild.
What is it but nightfall?
No, no, not night but death;
Was it needless death after all?
For England may keep faith
For all that is done and said.
We know their dream; enough
To know they dreamed and are dead;
And what if excess of love
Bewildered them till they died?
I write it in a verse –
Macdonagh and MacBride
And Connolly and Pearse
Now and in time to be,
Wherever green is worn,
Are changed, changed utterly:
A terrible beauty is born.

  
Pasqua, 1916

Li ho incontrati alla fine del giorno,
mentre venivano coi visi accesi
da dietro i banconi o scrivanie tra grigie
case del diciottesimo secolo.
Sono passato con un cenno del capo
o con parole gentili e insensate,
oppure ho indugiato un po’e ho detto
parole gentili e insensate,
e ho pensato prima di andarmene
ad una storia comica o ad un’allusione
che facesse ridere un amico
intorno al fuoco al club
certo che loro ed io
vivessimo solo dove si indossa
la casacca dell’istrione.
Tutto è cambiato: cambiato completamente:
nasce una tremenda bellezza.
I giorni di quella donna passavano
nell’ignorante buona volontà,
le sue notti a discutere
fin quando la sua voce si faceva stridula.
Quale voce più dolce della sua
quando giovane e bella,
cavalcava dietro i cani per la caccia alla lepre?
Quest’uomo aveva tenuto una scuola
e cavalcava il nostro cavallo alato;
quest’altro il suo aiutante ed amico
stava entrando nella sua forza;
avrebbe potuto vincere la fama alla fine,
talmente sensibile sembrava la sua natura
così audace e dolce il suo pensiero.
Quest’altro uomo l’ho sognato
ubriaco, vanaglorioso, cafone.
Aveva fatto gravissimi torti
A qualcuno che era vicino al mio cuore,
Eppure lo menziono nella mia canzone;
lui, pure, ha dato le sue dimissioni
nella commedia del caso.
Lui, pure, è cambiato a sua volta,
trasformato completamente:
nasce una tremenda bellezza.
I cuori da soli con un solo proposito
estate e inverno sembrano
incantati ad una pietra
che turba il vivo ruscello.
Il cavallo che viene dalla strada,
il cavaliere, gli uccelli che svolazzano
da nuvola ad altra nuvola
minuto per minuto cambiano.
L’ombra di una nuvola sul ruscello
cambia minuto per minuto,
lo zoccolo di un cavallo scivola sul precipizio
ed un cavallo ci cavalca dentro;
le galline dalle gambe lunghe si tuffano
e le galline di palude chiamano i galli in aiuto;
minuto per minuto vivono:
la pietra è al centro di tutto.
Un sacrificio troppo lungo
può fare del cuore una pietra.
oh, quando potrà bastare?
Che sia parte del Cielo, la nostra parte
é mormorare nome su nome
come una madre nomina suo figlio
quando il sonno alla fine è giunto
sulle membra che hanno corso tanto.
Che cos’è se non il cader della notte?
No, no, non la notte ma la morte;
non c’era bisogno della morte dopo tutto?
Perché l’Inghilterra possa tener fede
a tutto ciò che è stato fatto e detto.
Noi conosciamo il loro sogno; ci basta
sapere che chi sognava è morto;
e se l’eccessivo amore
li avesse ingannati tutti fino alla morte?
Lo scrivo in versi
Macdonagh e MacBride
e Connolly e Pearse
adesso e nel tempo che verrà,
dovunque si indossi il verde
sono cambiati, completamente cambiati:
nasce una tremenda bellezza.
(traduzione di Corinzia Monforte)

Il dolore di Macbeth

Il  monologo finale di Macbeth, uno dei pezzi più belli di tutto il repertorio shakespeariano ma purtroppo fino a ieri sepolto in una tragedia troppo lontana dalla realtà moderna perché circoscritta in un mondo di streghe, boschi e magia può venir fuori nella sua attualità di pensiero -che è la modernità di Shakespeare-e palesarsi nella sua eterna verità.
Nel monologo finale, Macbeth, l’ assassino spietato che non dorme più, l’uomo reso cattivo dalla sete di potere, così lamenta la morte dell’amata moglie, compagna di nefandezze,  con l’ossessione del sangue sulle mani, fino ad arrivare a considerazioni generali sulla vita, tipiche di Shakespeare, ma uniche nella forza espressiva:

“Sarebbe dovuta morire dopo:
ci sarebbe stato tempo per la parola “morte”.
Domani, e domani, e domani,
trascina il suo lento passo di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo registrato,
e tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi
la via verso una morte di polvere.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore
Che incede e si agita sul palcoscenico,
e poi non lo si sente più: è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia,
che non significa niente”.

(Traduzione di Corinzia Monforte)

Il silenzio di Belfast : "Ceasefire" di Michael Longle

La  figura di Achille, il leggendario giovane eroe greco che dopo aver ucciso Ettore negò a Priamo il cadavere di suo figlio, viene ridisegnata nella poesia “Ceasefire” da Michael Longley, -poeta nordirlandese nato nel ’37- per illustrare l’atmosfera di sottomessa pace che tuttora caratterizza l’Irlanda del Nord.

 Il sonetto scritto nel ’94 subito dopo l’annuncio di cessate il fuoco da parte dell’IRA è metafora di un perdono poeticamente triste e storicamente solo ufficiale laddove nella realtà dei fatti, nonostante i nostri telegiornali tacciano, non é ancora accordato da quelle piccole grandi quotidiane violenze da cui l’Irlanda non riesce a liberarsi:

Ceasefire

Put in mind of his own father and moved to tears
Achilles took him by the hand and pushed the old king
Gently away, but Priam curled up at his feet and
Wept with him until their sadness filled the building.
Taking Hector’s corpse into his own hands Achilles
Made sure it was washed and, for the old king’s sake,
Laid out in uniform, ready for Priam to carry
Wrapped like a present home to Troy at daybreak.
When they had eaten together, it pleased them both
To stare at each other’s beauty as lovers might,
Achilles built like a god, Priam good-looking still
And full of conversation, who earlier had sighed:
I get down on my knees and do what must be done
And kiss Achilles’ hand, the killer of my son.

Cessate il fuoco
Con in mente suo padre e commosso
Achille lo prese per mano e respinse il vecchio re
Gentilmente, ma Priamo accoccolato ai suoi piedi
Pianse con lui finché le loro tristezze riempirono l’edificio.
Prendendo il cadavere di Ettore con le sue mani, Achille
Si assicurò che fosse lavato e per amore del vecchio re,
Lo distese nella sua uniforme, pronto perché Priamo lo portasse
Avvolto come un regalo a casa, a Troia all’alba.
Quando ebbero mangiato insieme, piacque ad entrambi
Guardarsi nella loro bellezza come sanno fare gli amanti,
Achille che sembrava un dio e Priamo ancora piacente
E bravo nel conversare, che poco prima aveva gemito:
“Mi inginocchio e faccio quel che c’è da fare
E bacio la mano di Achille, l’assassino di mio figlio” 
(Traduzione di Corinzia Monforte)

May - Christina Rossetti

Perché i poeti sono spesso tristi? Forse perché sono più attenti alle sfumature della vita che tentano di fermare e si vedono sfuggire. Come avviene nel primo maggio in questa poesia di Christina Rossetti, poetessa inglese dell’Ottocento (1830-1894) di origine italiana:

May
I cannot tell you how it was,
But this I know: it came to pass
Upon a bright and sunny day
When May was young; ah, pleasant May!
As yet the poppies were not born
Between the blades of tender corn;
The last egg had not hatched as yet,
Nor any bird foregone its mate.
I cannot tell you what it was,
But this I know: it did but pass.
It passed away with sunny May,
Like all sweet things it passed away,
And left me old, and cold, and gray.

Maggio
Non so dirti com’é stato,
ma so questo: è venuto ed è passato
in un giorno luminoso e assolato
quando maggio era appena arrivato; ah! Il soave maggio!
Quando ancora i papaveri non erano spuntati
Tra le lame del tenero grano;
l’ultimo uovo non si era ancora schiuso,
e nessun uccello aveva lasciato il compagno.
Non so dire cosa è stato,
ma so questo: è soltanto passato.
Se ne è andato col maggio assolato,
come tutte le cose belle se ne è andato,
e mi ha lasciato vecchia e fredda e grigia.
( Traduzione di Corinzia Monforte)

May and the Poets - James Henry Leigh Hunt

James Henry Leigh Hunt, critico e poeta del primo Ottocento dalla vita travagliata non fu un grandissimo poeta, ma come critico ebbe la lungimiranza di riconoscere la grandezza di John Keats quando i giornali letterari del tempo lo stroncavano ferocemente.
La poesia di Leigh Hunt spesso soffre di ipercultura come in questa che sembra un minitrattato di erudizione sul tema “maggio e i poeti”:

May and the Poets

There is May in books forever;
May will part from Spenser never;
May’s in Milton, May’s in Prior,
May’s in Chaucer, Thomson, Dyer;
May’s in all the Italian books:–
She has old and modern nooks,
Where she sleeps with nymphs and elves,
In happy places they call shelves,
And will rise and dress your rooms
With a drapery thick with blooms.
Come, ye rains, then if ye will,
May’s at home, and with me still;
But come rather, thou, good weather,
And find us in the fields together.

Maggio e i poeti
May and the Poets
C’é Maggio nei libri per sempre;
Maggio non ci separerà mai da Spenser;
Maggio é in Milton, Maggio é in Prior,
Maggio é in Chaucer, Thomson, Dyer;
Maggio é in tutti i libri italiani.
Ha cantucci antichi e moderni,
dove dorme con ninfe e folletti,
in luoghi felici che chiamano scaffali,
e sorgerà e vestirà le vostre stanze
con tessuti fitti di boccioli.
Venite, voi piogge, allora se volete,
Maggio è a casa, ed ancora con me
ma vieni piuttosto, tu, bel tempo,
e trovaci nei campi insieme.
( Traduzione di Corinzia Monforte)


Ma quando la leggerezza dell’animo seppe prevalere sulla freddezza della mente, allora Leigh Hunt scrisse anche questi versi:

“ […] Say I’m weary, say I’m sad,
Say that health and wealth have missed me,
Say I’m growing old, but add,
Jenny kissed me.”

“…Dì che sono stanco, dì che sono triste,
dì che salute e soldi si sono scordati di me,
dì che sto invecchiando, ma aggiungi,
che Jenny mi ha baciato.”

( Traduzione di Corinzia Monforte)

Blake e Wordsworth: due volti di Londra


Due immagini quelle che Blake e Wordsworth ci danno di Londra, antitetiche in tutti i sensi. Blake che di notte si trova a passeggiare per le strade della metropoli guarda ciò che lo circonda con gli occhi di chi conosce i mali della società -non a caso la poesia appartiene ai “Canti dell’Esperienza” che contrariamente ai “Canti dell’Innocenza” dipingono un mondo disilluso e estraneo alla natura-.
Nella poesia di Wordsworth invece il poeta si trova all’alba sul ponte di Westminster quando la città ancora addormentata sembra quasi campagna talmente calmo e stranamente nitido è il quadro che dà di sé.
Così laddove la metropoli londinese di William Blake è sporca, caotica, risuonante di dolore, quella di William Wordsworth è nitida, rilassata e silenziosa. Blake vede in essa l’emblema del potere attraverso i suoi palazzi istituzionali, le chiese luride, le strade dei mercati concessi in licenza e i vicoli della prostituzione di fronte a cui lo Stato chiude gli occhi.
La Londra vista dal ponte ridonda invece di connotazioni positive: é bella e toccante nella sua maestà, silenziosa e inerme nella quiete del sonno, scintillante e luminosa nell’aria che ancora non fuma di smog.
Due Londre, due immagini mentali e due visioni della realtà da parte di due poeti che pur essendo entrambi portatori di ideali romantici vissero la storia e la vita in modo diametralmente opposto ( eccezion fatta per il turbolento periodo giovanile di Wordsworth.).

Londra

di William Blake
Giro per ogni strada concessa in licenza,
vicino a dove il Tamigi concesso in licenza scorre,
e segno in ogni volto che incontro
segni di debolezza, segni di dolore.
In ogni pianto di ogni uomo,
nel pianto di paura di ogni bimbo,
in ogni voce, in ogni divieto,
le manette della mente sento.
Come il pianto dello spazzacamino
annerisce ogni sporca chiesa!
E il sospiro dello sfortunato soldato
si trasforma in sangue tra le mura del Palazzo.
Ma soprattutto per le strade di mezzanotte sento
come la maledizione della giovane meretrice
colpisca la lacrima del bimbo appena nato,
e contamini di piaghe il carro matrimoniale. (2)
(Traduzione di Corinzia Monforte)
London

I wander thro’ each charter’d street,
Near where the charter’d Thames does flow,
And mark in every face I meet
Marks of weakness, marks of woe.
In every cry of every Man,
In every Infant’s cry of fear,
In every voice, in every ban,
The mind-forg’d manacles I hear.
How the Chimney-sweeper’s cry
Every black’ning Church appalls;
And the hapless Soldier’s sigh
Runs in blood down Palace walls.
But most thro’ midnight streets I hear
How the youthful Harlot’s curse
Blasts the new-born Infant’s tear
And blights with plagues the Marriage hearse.


Composta su Westminster Bridge.

di William Wordsworth

La terra non ha niente di più bello da mostrare:
insensibile sarebbe nell’anima chi passa indifferente
ad una vista così toccante nella sua maestà:
la città adesso, come un abito, indossa
la bellezza del mattino; silenziosi, inermi
navi, torri, cupole, teatri, e templi stanno
aperti ai campi, ed al cielo;
tutti chiari e splendenti nell’aria tersa.
Mai il sole più meravigliosamente ha immerso
nel suo primo splendore la valle, la roccia o la collina;
mai ho visto, mai ho sentito una calma così profonda!
Il fiume scorre piano come gli pare:
Dio caro! Le stesse case sembrano addormentate;
e tutto quel cuore potente è ancora immobile! (3)

Composed Upon Westminster Bridge

Earth has not anything to show more fair:
Dull would he be of soul who could pass by
A sight so touching in its majesty:
This City now doth like a garment wear
The beauty of the morning; silent, bare,
Ships, towers, domes, theatres, and temples lie
Open unto the fields, and to the sky;
All bright and glittering in the smokeless air.
Never did sun more beautifully steep
In his first splendour valley, rock, or hill;
Ne’er saw I, never felt, a calm so deep!
The river glideth at his own sweet will:
Dear God! the very houses seem asleep;
And all that mighty heart is lying still!
(Traduzione di Corinzia Monforte)

Eveline - James Joyce (da "Dubliners" )

Stava seduta alla finestra a guardare la sera che invadeva la strada. La testa era appoggiata sulla tenda della finestra e le narici sentivano l’odore del polveroso tessuto di cretonne. Era stanca.
Passava poca gente. Il tizio dell’ultima casa ritornava; sentì i suoi passi battere sul marciapiede di cemento e subito dopo scricchiolare sul sentiero di scorie davanti alle case rosse. Una volta c’era un campo lì in cui si giocava ogni sera con i figli di altra gente. Poi un tizio di Belfast comprò il campo e ci costruì case –non come le loro casette marroni, ma delle case di mattoni con i tetti lucenti. I bambini della strada giocavano in quel campo –i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh lo zoppo, lei, i suoi fratelli e le sue sorelle.
Ernest, tuttavia, non giocava mai: era tropo grande. Suo padre spesso li andava a cercare fino giù al campo col suo bastone di rovere; ma di solito il piccolo Keogh faceva da vedetta e li chiamava in ritirata quando vedeva suo padre arrivare. Eppure sembravano essere stati felici allora. Suo padre non era così cattivo allora. E poi sua madre era viva. Era tanto tempo fa.
Lei e i suoi fratelli e le sue sorelle erano cresciuti e sua madre era morta. Anche Tizzie Dunn era morto e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Adesso lei stava andando via, come gli altri, per lasciare la sua casa.
La casa! Si guardò intorno alla stanza, rivedendo tutti i suoi oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana così tanti anni, chiedendosi da dove cavolo venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe più visto tutti quegli oggetti familiari da cui non si sarebbe mai sognata di separarsi.
Eppure in quegli anni non aveva mai scoperto il nome del prete la cui fotografia ingiallita stava appesa alla parete sopra l’armonium rotto accanto alla stampa a colori dell’ex voto fatto alla Beata Margaret Mary Alacoque. Era stato compagno di scuola si suo padre. Questi ogni volta mostrava la fotografia agli ospiti la passava con una frase a caso:
“E’ a Melboourne adesso.”
Aveva acconsentito ad andar via, a lasciare la sua casa. Era stata una cosa saggia? Aveva cercato di soppesare tutti i lati della questione. A casa sua ad ogni modo aveva un tetto e cibo; aveva intorno tutto ciò che conosceva da tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare duro, sia a casa che al lavoro. Cosa avrebbero detto di lei al negozio quando avrebbero scoperto che era scappata via con un ragazzo? Avrebbero detto che era una cretina, forse. Ed il suo posto sarebbe stato coperto da un annuncio. Miss Gavan sarebbe stata contenta. Era sempre stata pungente con lei, specie ogni volta che c’era gente che sentiva.
“Miss Hill, non vede che queste signore aspettano?”
“E svegliatevi, Miss Hill, per favore!”.
Non avrebbe pianto molte lacrime nel lasciare il negozio.
Ma nella sua nuova casa, in una terra lontana e sconosciuta, non sarebbe stato così. Allora sarebbe stata sposata –lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto allora. Non sarebbe stata trattata come sua madre era stata trattata. Anche adesso, sebbene avesse diciannove anni e più, si sentiva sotto il pericolo della violenza di suo padre. Sapeva che era stato lui che le aveva fatto venire le palpitazioni.
Quando erano cresciuti lui non era mai stato con lei come lo era con Harry ed Ernest, perché lei era una ragazza, ma più tardi aveva incominciato a minacciarla e a dirle che lo faceva solo per amore di sua madre morta. E lei non aveva nessuno che la proteggesse. Ernest era morto ed Harry che lavorava in una chiesa come decoratore, era quasi sempre fuori da qualche parte nel paese.
E poi le eterne discussioni sui soldi il sabato sera avevano incominciato a stancarla indicibilmente.
Dava sempre la sua intera paga –sette scellini- ed Harry mandava sempre quello che poteva ma il guaio era ricevere i soldi dal padre. Questi diceva sempre che lei sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i suoi soldi lavorati con sudore per farglieli gettare dalla finestra, e molto di più, perché egli stava di solito proprio male il sabato sera.
Alla fine le avrebbe dato i soldi e le avrebbe chiesto se aveva intenzione di comprare il pranzo della domenica. Allora lei doveva precipitarsi più veloce che poteva a fare la spesa, tenere il suo portamonete di pelle nera stretto in mano mentre si faceva strada a gomitate in mezzo alla folla e tornare a casa col carico delle provviste. Doveva lavorare duro per tenere su la casa e badare a che i due bambini piccoli che erano stati affidati a lei andassero a scuola regolarmente e mangiassero regolarmente. Era un lavoro duro –una vita dura- ma adesso che stava per lasciarla non le sembrava una vita del tutto indesiderabile.
Stava per esplorare un’altra vota con Frank. Frank era molto gentile, virile, dal cuore aperto. Lei stava per andar via con lui con un battello notturno per essere sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires dove lui aveva una casa che l’aspettava. Come ricordava bene la prima volta che lo aveva visto; lui alloggiava in una casa sulla via principale dove lei andava a trovarlo. Sembrava poche settimane fa. Lui stava al cancello, il cappello con la visiera messa all’indietro sulla testa e i capelli scompigliati davanti sul viso abbronzato.
L’aveva portata a vedere La Bohéme e lei si sentiva inebriata mentre era seduta in un’insolita parte del teatro insieme a lui. Lui era totalmente patito di musica e cantava un pochino. La gente sapeva che amoreggiavano e, quando egli cantava della ragazza che amava il marinaio, ella si sentiva appassionatamente confusa. Lui la chiamava Poppens per scherzare. Prima di tutto era stato eccitante per lei avere un ragazzo e poi lui aveva incominciato a piacerle. Faceva sempre dei racconti di paesi lontani. Aveva iniziato come mozzo da suna sterlina al mese su una nave della Allan Line che andava in Canada. LE diceva i nomi delle navi dove era stato e i nomi delle diverse mansioni. Aveva attraversato lo Stretto di Magellano e le aveva raccontato storie sui terribili Paragoni. Le cose gi erano andate bene a Buonos Aires, diceva, ed era arrivato sul vecchio continente solo per una vacanza. Naturalmente il padre aveva scoperto la storia le aveva vietato di avere a che fare con lui.
“La conosco questa razza di marinai”, diceva.
Un giorno egli aveva litigato con Frank dopodiché lei doveva incontrarle il suo amore in segreto.
La sera sprofondò sul viale. Il bianco delle due lettere sul suo grembo diventò indistinto. Una era per Harry; l’altra per suo padre. Ernest era stato il suo preferito ma voleva bene anche ad Harry. Suo padre stava diventando vecchio ultimamente, aveva notato. Le sarebbe mancato. Qualche volta aveva saputo anche essere simpatico. Non molto prima, quando lei era stata a letto per un giorno, le aveva letto una storia di fantasmi e preparato del pane abbrustolito. Un altro giorno, quando la loro mamma era viva, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth. Ricordò suo padre che si era messo il cappellino di sua madre per far ridere i bambini.
Il suo tempo stava volando ma ella continuava a star seduta alla finestra, con la testa appoggiata contro la tenda della finestra, inalando l’odore del cretonne polveroso. Giù per il viale, riusciva a sentire una organetto da strada suonare. Conosceva quella musica straniera che doveva essere arrivata per ricordarle della promessa fatta a sua madre, la promessa di reggere la casa finché poteva. Si ricordò dell’ultima notte della malattia della madre; lei si ritrovava ancora nella chiusa stanza buia all’altra parte della sala e fuori sentì una malinconica musica italiana. All’organista era stato ordinato di andare via e gli avevano sei sterline. Si ricordò di suo padre che ritornando impettito nella stanza dell’ammalata disse:
“Maledetti Italiani! A venire fin qui!”
Mentre pensava la pietosa immagine della vita della madre poggiava il suo incantesimo nel suo essere più profondo –quella vita di comuni sacrifici che finiva nella pazzia finale. Tremava mentre sentiva ancora la voce di sua madre che diceva costantemente con assurda insistenza:
“Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!”
Si alzò in un improvviso impulso di terrore. Fuggire! Fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva il diritto di essere felice. Frank l’avrebbe portata tra le sue braccia, avvolta tra le sue braccia, L’avrebbe salvata.
Stava tra la folla ondeggiante alla stazione di North Wall. Lui la teneva per mano e lei sapeva che le stava parlando, dicendo qualcosa sul viaggio ripetutamente. La stazione era piena di soldati con delle valige marrone. Attraverso le ampie porte dei portici riuscì a vedere la massa scura della nave, accanto al muro della banchina, con gli oblò illimmminati. Non rispose. Si sentiva le guance pallide e fredde e in mezzo alla confusione mentale, pregò Dio di direzionarla, di mostrarle quale era il suo dovere.
La nave soffiò un lungo triste fischio nella nebbia. Se fosse andata l’indomani sarebbe stata in mare con Frank, diretta Buenos Aires. Il loro posto era stato prenotato. Si poteva tirare indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La confusione mentale le fece venire la nausea nel corpo ed ella continuava a muovere le labbra in silenziosa, fervente preghiera.
Una campana suonò sul suo cuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
“Vieni”.
Tutti i mari del mondo inondarono il cuore. Lui la stava spingendo verso di loro: l’avrebbe annegata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera.
“Vieni”.
No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrapparono freneticamente al ferro. In mezzo ai mari mandò un grido di angoscia.
“Eveline! Evvy!”
Lui si spinse oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli fu urlato di andare avanti ma lui la chiamava ancora. Ella pose il suo viso pallido su di lui, passivo, come un animale inerme. I suoi occhi non gli davano segno di amore o di addio i di riconoscimento. (1)
(1) Traduzione di Corinzia Monforte