sabato 11 marzo 2017

Il dolore di Macbeth

Il  monologo finale di Macbeth, uno dei pezzi più belli di tutto il repertorio shakespeariano ma purtroppo fino a ieri sepolto in una tragedia troppo lontana dalla realtà moderna perché circoscritta in un mondo di streghe, boschi e magia può venir fuori nella sua attualità di pensiero -che è la modernità di Shakespeare-e palesarsi nella sua eterna verità.
Nel monologo finale, Macbeth, l’ assassino spietato che non dorme più, l’uomo reso cattivo dalla sete di potere, così lamenta la morte dell’amata moglie, compagna di nefandezze,  con l’ossessione del sangue sulle mani, fino ad arrivare a considerazioni generali sulla vita, tipiche di Shakespeare, ma uniche nella forza espressiva:

“Sarebbe dovuta morire dopo:
ci sarebbe stato tempo per la parola “morte”.
Domani, e domani, e domani,
trascina il suo lento passo di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo registrato,
e tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi
la via verso una morte di polvere.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore
Che incede e si agita sul palcoscenico,
e poi non lo si sente più: è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia,
che non significa niente”.

(Traduzione di Corinzia Monforte)

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