Tra le poesie politiche di William Butler Yeats la più famosa è di certo “Easter 1916” che attraverso il linguaggio simbolico e spesso oscuro, tipico di Yeats, parla della rivolta del lunedì di Pasqua (1916) a Dublino, guidata dallo Sinn Fein e repressa nel sangue, in cui persero la vita persone care e meno care al poeta. La poesia però trascende il fatto storico che pure incise fortissimamente nell’immaginario del nazionalismo irlandese tanto da essere tuttora ricordata in canzoni pop come Zombie dei Cranberries.
Yeats pur amando profondamente il suo paese e pur sforzandosi di essere impegnato politicamente, rimane in effetti ai margini della politica vera e propria. Easter 1916 risulta quindi soprattutto una poesia di dolore che dà voce allo shock emozionale del poeta subito dopo quella tragica pasqua.
Easter, 1916
I have met them at the close of the day
Coming with vivid faces
From counter or desk among grey
Eighteenth-century houses.
I have passed with a nod of the head
Or polite meaningless words,
Or have lingered awhile and said
Polite meaningless words,
And thought before I had done
Of a mocking tale or a gibe
To please a companion
Around the fire at the club
Being certain that they and I
But lived where motley is worn:
All changed, changed utterly:
A terrible beauty is born.
That woman’s days were spent
In ignorant good-will,
Her nights in argument
Until her voice grew shrill.
What voice more sweet than hers
When, young and beautiful,
She rode to harriers?
This man had kept a school
And rode our winged horse;
This other his helper and friend
Was coming into his force;
He might have won fame in the end,
So sensitive his nature seemed,
So daring and sweet his thought.
This other man I had dreamed
A drunken, vainglorious lout.
He had done most bitter wrong
To some who are near my heart,
Yet I know him in the song;
He, too, has resigned his part
In the casual comedy;
He, too, has been changed in his turn,
Transformed utterly:
A terrible beauty is born.
Hearts with one purpose alone
Through summer and winter seem
Enchanted to a stone
To trouble the living stream.
The horse that comes from the road,
The rider, the birds that range
From cloud to tumbling cloud,
Minute by minute they change;
A shadow of cloud on the stream
Changes minute by minute,
A horse-hoof slides on the brim,
And a horse plashes within it;
The long-legged moor-hens dive,
And hens to moor-cocks call;
Minute by minute they live:
The stone’s in the midst of all.
Too long a sacrifice
Can make a stone of the heart.
O when may it suffice?
That is Heaven’s part, our part
To murmur name upon name,
As a mother names her child
When sleep at last has come
On limbs that had run wild.
What is it but nightfall?
No, no, not night but death;
Was it needless death after all?
For England may keep faith
For all that is done and said.
We know their dream; enough
To know they dreamed and are dead;
And what if excess of love
Bewildered them till they died?
I write it in a verse –
Macdonagh and MacBride
And Connolly and Pearse
Now and in time to be,
Wherever green is worn,
Are changed, changed utterly:
A terrible beauty is born.
Pasqua, 1916
Li ho incontrati alla fine del giorno,
mentre venivano coi visi accesi
da dietro i banconi o scrivanie tra grigie
case del diciottesimo secolo.
Sono passato con un cenno del capo
o con parole gentili e insensate,
oppure ho indugiato un po’e ho detto
parole gentili e insensate,
e ho pensato prima di andarmene
ad una storia comica o ad un’allusione
che facesse ridere un amico
intorno al fuoco al club
certo che loro ed io
vivessimo solo dove si indossa
la casacca dell’istrione.
Tutto è cambiato: cambiato completamente:
nasce una tremenda bellezza.
I giorni di quella donna passavano
nell’ignorante buona volontà,
le sue notti a discutere
fin quando la sua voce si faceva stridula.
Quale voce più dolce della sua
quando giovane e bella,
cavalcava dietro i cani per la caccia alla lepre?
Quest’uomo aveva tenuto una scuola
e cavalcava il nostro cavallo alato;
quest’altro il suo aiutante ed amico
stava entrando nella sua forza;
avrebbe potuto vincere la fama alla fine,
talmente sensibile sembrava la sua natura
così audace e dolce il suo pensiero.
Quest’altro uomo l’ho sognato
ubriaco, vanaglorioso, cafone.
Aveva fatto gravissimi torti
A qualcuno che era vicino al mio cuore,
Eppure lo menziono nella mia canzone;
lui, pure, ha dato le sue dimissioni
nella commedia del caso.
Lui, pure, è cambiato a sua volta,
trasformato completamente:
nasce una tremenda bellezza.
I cuori da soli con un solo proposito
estate e inverno sembrano
incantati ad una pietra
che turba il vivo ruscello.
Il cavallo che viene dalla strada,
il cavaliere, gli uccelli che svolazzano
da nuvola ad altra nuvola
minuto per minuto cambiano.
L’ombra di una nuvola sul ruscello
cambia minuto per minuto,
lo zoccolo di un cavallo scivola sul precipizio
ed un cavallo ci cavalca dentro;
le galline dalle gambe lunghe si tuffano
e le galline di palude chiamano i galli in aiuto;
minuto per minuto vivono:
la pietra è al centro di tutto.
Un sacrificio troppo lungo
può fare del cuore una pietra.
oh, quando potrà bastare?
Che sia parte del Cielo, la nostra parte
é mormorare nome su nome
come una madre nomina suo figlio
quando il sonno alla fine è giunto
sulle membra che hanno corso tanto.
Che cos’è se non il cader della notte?
No, no, non la notte ma la morte;
non c’era bisogno della morte dopo tutto?
Perché l’Inghilterra possa tener fede
a tutto ciò che è stato fatto e detto.
Noi conosciamo il loro sogno; ci basta
sapere che chi sognava è morto;
e se l’eccessivo amore
li avesse ingannati tutti fino alla morte?
Lo scrivo in versi
Macdonagh e MacBride
e Connolly e Pearse
adesso e nel tempo che verrà,
dovunque si indossi il verde
sono cambiati, completamente cambiati:
nasce una tremenda bellezza.
(traduzione di Corinzia Monforte)
sabato 11 marzo 2017
Il dolore di Macbeth
Il monologo finale di Macbeth, uno dei pezzi più belli di tutto il repertorio shakespeariano ma purtroppo fino a ieri sepolto in una tragedia troppo lontana dalla realtà moderna perché circoscritta in un mondo di streghe, boschi e magia può venir fuori nella sua attualità di pensiero -che è la modernità di Shakespeare-e palesarsi nella sua eterna verità.
Nel monologo finale, Macbeth, l’ assassino spietato che non dorme più, l’uomo reso cattivo dalla sete di potere, così lamenta la morte dell’amata moglie, compagna di nefandezze, con l’ossessione del sangue sulle mani, fino ad arrivare a considerazioni generali sulla vita, tipiche di Shakespeare, ma uniche nella forza espressiva:
“Sarebbe dovuta morire dopo:
ci sarebbe stato tempo per la parola “morte”.
Domani, e domani, e domani,
trascina il suo lento passo di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo registrato,
e tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi
la via verso una morte di polvere.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore
Che incede e si agita sul palcoscenico,
e poi non lo si sente più: è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia,
che non significa niente”.
(Traduzione di Corinzia Monforte)
Nel monologo finale, Macbeth, l’ assassino spietato che non dorme più, l’uomo reso cattivo dalla sete di potere, così lamenta la morte dell’amata moglie, compagna di nefandezze, con l’ossessione del sangue sulle mani, fino ad arrivare a considerazioni generali sulla vita, tipiche di Shakespeare, ma uniche nella forza espressiva:
“Sarebbe dovuta morire dopo:
ci sarebbe stato tempo per la parola “morte”.
Domani, e domani, e domani,
trascina il suo lento passo di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo registrato,
e tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi
la via verso una morte di polvere.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore
Che incede e si agita sul palcoscenico,
e poi non lo si sente più: è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia,
che non significa niente”.
(Traduzione di Corinzia Monforte)
Il silenzio di Belfast : "Ceasefire" di Michael Longle
La figura di Achille, il leggendario giovane eroe greco che dopo aver ucciso Ettore negò a Priamo il cadavere di suo figlio, viene ridisegnata nella poesia “Ceasefire” da Michael Longley, -poeta nordirlandese nato nel ’37- per illustrare l’atmosfera di sottomessa pace che tuttora caratterizza l’Irlanda del Nord.
Il sonetto scritto nel ’94 subito dopo l’annuncio di cessate il fuoco da parte dell’IRA è metafora di un perdono poeticamente triste e storicamente solo ufficiale laddove nella realtà dei fatti, nonostante i nostri telegiornali tacciano, non é ancora accordato da quelle piccole grandi quotidiane violenze da cui l’Irlanda non riesce a liberarsi:
Ceasefire
Put in mind of his own father and moved to tears
Achilles took him by the hand and pushed the old king
Gently away, but Priam curled up at his feet and
Wept with him until their sadness filled the building.
Taking Hector’s corpse into his own hands Achilles
Made sure it was washed and, for the old king’s sake,
Laid out in uniform, ready for Priam to carry
Wrapped like a present home to Troy at daybreak.
When they had eaten together, it pleased them both
To stare at each other’s beauty as lovers might,
Achilles built like a god, Priam good-looking still
And full of conversation, who earlier had sighed:
I get down on my knees and do what must be done
And kiss Achilles’ hand, the killer of my son.
Cessate il fuoco
Con in mente suo padre e commosso
Achille lo prese per mano e respinse il vecchio re
Gentilmente, ma Priamo accoccolato ai suoi piedi
Pianse con lui finché le loro tristezze riempirono l’edificio.
Prendendo il cadavere di Ettore con le sue mani, Achille
Si assicurò che fosse lavato e per amore del vecchio re,
Lo distese nella sua uniforme, pronto perché Priamo lo portasse
Avvolto come un regalo a casa, a Troia all’alba.
Quando ebbero mangiato insieme, piacque ad entrambi
Guardarsi nella loro bellezza come sanno fare gli amanti,
Achille che sembrava un dio e Priamo ancora piacente
E bravo nel conversare, che poco prima aveva gemito:
“Mi inginocchio e faccio quel che c’è da fare
E bacio la mano di Achille, l’assassino di mio figlio”
(Traduzione di Corinzia Monforte)
Il sonetto scritto nel ’94 subito dopo l’annuncio di cessate il fuoco da parte dell’IRA è metafora di un perdono poeticamente triste e storicamente solo ufficiale laddove nella realtà dei fatti, nonostante i nostri telegiornali tacciano, non é ancora accordato da quelle piccole grandi quotidiane violenze da cui l’Irlanda non riesce a liberarsi:
Ceasefire
Put in mind of his own father and moved to tears
Achilles took him by the hand and pushed the old king
Gently away, but Priam curled up at his feet and
Wept with him until their sadness filled the building.
Taking Hector’s corpse into his own hands Achilles
Made sure it was washed and, for the old king’s sake,
Laid out in uniform, ready for Priam to carry
Wrapped like a present home to Troy at daybreak.
When they had eaten together, it pleased them both
To stare at each other’s beauty as lovers might,
Achilles built like a god, Priam good-looking still
And full of conversation, who earlier had sighed:
I get down on my knees and do what must be done
And kiss Achilles’ hand, the killer of my son.
Cessate il fuoco
Con in mente suo padre e commosso
Achille lo prese per mano e respinse il vecchio re
Gentilmente, ma Priamo accoccolato ai suoi piedi
Pianse con lui finché le loro tristezze riempirono l’edificio.
Prendendo il cadavere di Ettore con le sue mani, Achille
Si assicurò che fosse lavato e per amore del vecchio re,
Lo distese nella sua uniforme, pronto perché Priamo lo portasse
Avvolto come un regalo a casa, a Troia all’alba.
Quando ebbero mangiato insieme, piacque ad entrambi
Guardarsi nella loro bellezza come sanno fare gli amanti,
Achille che sembrava un dio e Priamo ancora piacente
E bravo nel conversare, che poco prima aveva gemito:
“Mi inginocchio e faccio quel che c’è da fare
E bacio la mano di Achille, l’assassino di mio figlio”
(Traduzione di Corinzia Monforte)
May - Christina Rossetti
Perché i poeti sono spesso tristi? Forse perché sono più attenti alle sfumature della vita che tentano di fermare e si vedono sfuggire. Come avviene nel primo maggio in questa poesia di Christina Rossetti, poetessa inglese dell’Ottocento (1830-1894) di origine italiana:
May
I cannot tell you how it was,
But this I know: it came to pass
Upon a bright and sunny day
When May was young; ah, pleasant May!
As yet the poppies were not born
Between the blades of tender corn;
The last egg had not hatched as yet,
Nor any bird foregone its mate.
I cannot tell you what it was,
But this I know: it did but pass.
It passed away with sunny May,
Like all sweet things it passed away,
And left me old, and cold, and gray.
Maggio
Non so dirti com’é stato,
ma so questo: è venuto ed è passato
in un giorno luminoso e assolato
quando maggio era appena arrivato; ah! Il soave maggio!
Quando ancora i papaveri non erano spuntati
Tra le lame del tenero grano;
l’ultimo uovo non si era ancora schiuso,
e nessun uccello aveva lasciato il compagno.
Non so dire cosa è stato,
ma so questo: è soltanto passato.
Se ne è andato col maggio assolato,
come tutte le cose belle se ne è andato,
e mi ha lasciato vecchia e fredda e grigia.
( Traduzione di Corinzia Monforte)
May
I cannot tell you how it was,
But this I know: it came to pass
Upon a bright and sunny day
When May was young; ah, pleasant May!
As yet the poppies were not born
Between the blades of tender corn;
The last egg had not hatched as yet,
Nor any bird foregone its mate.
I cannot tell you what it was,
But this I know: it did but pass.
It passed away with sunny May,
Like all sweet things it passed away,
And left me old, and cold, and gray.
Maggio
Non so dirti com’é stato,
ma so questo: è venuto ed è passato
in un giorno luminoso e assolato
quando maggio era appena arrivato; ah! Il soave maggio!
Quando ancora i papaveri non erano spuntati
Tra le lame del tenero grano;
l’ultimo uovo non si era ancora schiuso,
e nessun uccello aveva lasciato il compagno.
Non so dire cosa è stato,
ma so questo: è soltanto passato.
Se ne è andato col maggio assolato,
come tutte le cose belle se ne è andato,
e mi ha lasciato vecchia e fredda e grigia.
( Traduzione di Corinzia Monforte)
May and the Poets - James Henry Leigh Hunt
James Henry Leigh Hunt, critico e poeta del primo Ottocento dalla vita travagliata non fu un grandissimo poeta, ma come critico ebbe la lungimiranza di riconoscere la grandezza di John Keats quando i giornali letterari del tempo lo stroncavano ferocemente.
La poesia di Leigh Hunt spesso soffre di ipercultura come in questa che sembra un minitrattato di erudizione sul tema “maggio e i poeti”:
May and the Poets
There is May in books forever;
May will part from Spenser never;
May’s in Milton, May’s in Prior,
May’s in Chaucer, Thomson, Dyer;
May’s in all the Italian books:–
She has old and modern nooks,
Where she sleeps with nymphs and elves,
In happy places they call shelves,
And will rise and dress your rooms
With a drapery thick with blooms.
Come, ye rains, then if ye will,
May’s at home, and with me still;
But come rather, thou, good weather,
And find us in the fields together.
Maggio e i poeti
May and the Poets
C’é Maggio nei libri per sempre;
Maggio non ci separerà mai da Spenser;
Maggio é in Milton, Maggio é in Prior,
Maggio é in Chaucer, Thomson, Dyer;
Maggio é in tutti i libri italiani.
Ha cantucci antichi e moderni,
dove dorme con ninfe e folletti,
in luoghi felici che chiamano scaffali,
e sorgerà e vestirà le vostre stanze
con tessuti fitti di boccioli.
Venite, voi piogge, allora se volete,
Maggio è a casa, ed ancora con me
ma vieni piuttosto, tu, bel tempo,
e trovaci nei campi insieme.
( Traduzione di Corinzia Monforte)
Ma quando la leggerezza dell’animo seppe prevalere sulla freddezza della mente, allora Leigh Hunt scrisse anche questi versi:
“ […] Say I’m weary, say I’m sad,
Say that health and wealth have missed me,
Say I’m growing old, but add,
Jenny kissed me.”
“…Dì che sono stanco, dì che sono triste,
dì che salute e soldi si sono scordati di me,
dì che sto invecchiando, ma aggiungi,
che Jenny mi ha baciato.”
( Traduzione di Corinzia Monforte)
La poesia di Leigh Hunt spesso soffre di ipercultura come in questa che sembra un minitrattato di erudizione sul tema “maggio e i poeti”:
May and the Poets
There is May in books forever;
May will part from Spenser never;
May’s in Milton, May’s in Prior,
May’s in Chaucer, Thomson, Dyer;
May’s in all the Italian books:–
She has old and modern nooks,
Where she sleeps with nymphs and elves,
In happy places they call shelves,
And will rise and dress your rooms
With a drapery thick with blooms.
Come, ye rains, then if ye will,
May’s at home, and with me still;
But come rather, thou, good weather,
And find us in the fields together.
Maggio e i poeti
May and the Poets
C’é Maggio nei libri per sempre;
Maggio non ci separerà mai da Spenser;
Maggio é in Milton, Maggio é in Prior,
Maggio é in Chaucer, Thomson, Dyer;
Maggio é in tutti i libri italiani.
Ha cantucci antichi e moderni,
dove dorme con ninfe e folletti,
in luoghi felici che chiamano scaffali,
e sorgerà e vestirà le vostre stanze
con tessuti fitti di boccioli.
Venite, voi piogge, allora se volete,
Maggio è a casa, ed ancora con me
ma vieni piuttosto, tu, bel tempo,
e trovaci nei campi insieme.
( Traduzione di Corinzia Monforte)
Ma quando la leggerezza dell’animo seppe prevalere sulla freddezza della mente, allora Leigh Hunt scrisse anche questi versi:
“ […] Say I’m weary, say I’m sad,
Say that health and wealth have missed me,
Say I’m growing old, but add,
Jenny kissed me.”
“…Dì che sono stanco, dì che sono triste,
dì che salute e soldi si sono scordati di me,
dì che sto invecchiando, ma aggiungi,
che Jenny mi ha baciato.”
( Traduzione di Corinzia Monforte)
Blake e Wordsworth: due volti di Londra
Due immagini quelle che Blake e Wordsworth ci danno di Londra, antitetiche in tutti i sensi. Blake che di notte si trova a passeggiare per le strade della metropoli guarda ciò che lo circonda con gli occhi di chi conosce i mali della società -non a caso la poesia appartiene ai “Canti dell’Esperienza” che contrariamente ai “Canti dell’Innocenza” dipingono un mondo disilluso e estraneo alla natura-.
Nella poesia di Wordsworth invece il poeta si trova all’alba sul ponte di Westminster quando la città ancora addormentata sembra quasi campagna talmente calmo e stranamente nitido è il quadro che dà di sé.
Così laddove la metropoli londinese di William Blake è sporca, caotica, risuonante di dolore, quella di William Wordsworth è nitida, rilassata e silenziosa. Blake vede in essa l’emblema del potere attraverso i suoi palazzi istituzionali, le chiese luride, le strade dei mercati concessi in licenza e i vicoli della prostituzione di fronte a cui lo Stato chiude gli occhi.
La Londra vista dal ponte ridonda invece di connotazioni positive: é bella e toccante nella sua maestà, silenziosa e inerme nella quiete del sonno, scintillante e luminosa nell’aria che ancora non fuma di smog.
Due Londre, due immagini mentali e due visioni della realtà da parte di due poeti che pur essendo entrambi portatori di ideali romantici vissero la storia e la vita in modo diametralmente opposto ( eccezion fatta per il turbolento periodo giovanile di Wordsworth.).
Londra
di William Blake
Giro per ogni strada concessa in licenza,
vicino a dove il Tamigi concesso in licenza scorre,
e segno in ogni volto che incontro
segni di debolezza, segni di dolore.
In ogni pianto di ogni uomo,
nel pianto di paura di ogni bimbo,
in ogni voce, in ogni divieto,
le manette della mente sento.
Come il pianto dello spazzacamino
annerisce ogni sporca chiesa!
E il sospiro dello sfortunato soldato
si trasforma in sangue tra le mura del Palazzo.
Ma soprattutto per le strade di mezzanotte sento
come la maledizione della giovane meretrice
colpisca la lacrima del bimbo appena nato,
e contamini di piaghe il carro matrimoniale. (2)
(Traduzione di Corinzia Monforte)
London
I wander thro’ each charter’d street,
Near where the charter’d Thames does flow,
And mark in every face I meet
Marks of weakness, marks of woe.
In every cry of every Man,
In every Infant’s cry of fear,
In every voice, in every ban,
The mind-forg’d manacles I hear.
How the Chimney-sweeper’s cry
Every black’ning Church appalls;
And the hapless Soldier’s sigh
Runs in blood down Palace walls.
But most thro’ midnight streets I hear
How the youthful Harlot’s curse
Blasts the new-born Infant’s tear
And blights with plagues the Marriage hearse.
Composta su Westminster Bridge.
di William Wordsworth
La terra non ha niente di più bello da mostrare:
insensibile sarebbe nell’anima chi passa indifferente
ad una vista così toccante nella sua maestà:
la città adesso, come un abito, indossa
la bellezza del mattino; silenziosi, inermi
navi, torri, cupole, teatri, e templi stanno
aperti ai campi, ed al cielo;
tutti chiari e splendenti nell’aria tersa.
Mai il sole più meravigliosamente ha immerso
nel suo primo splendore la valle, la roccia o la collina;
mai ho visto, mai ho sentito una calma così profonda!
Il fiume scorre piano come gli pare:
Dio caro! Le stesse case sembrano addormentate;
e tutto quel cuore potente è ancora immobile! (3)
Composed Upon Westminster Bridge
Earth has not anything to show more fair:
Dull would he be of soul who could pass by
A sight so touching in its majesty:
This City now doth like a garment wear
The beauty of the morning; silent, bare,
Ships, towers, domes, theatres, and temples lie
Open unto the fields, and to the sky;
All bright and glittering in the smokeless air.
Never did sun more beautifully steep
In his first splendour valley, rock, or hill;
Ne’er saw I, never felt, a calm so deep!
The river glideth at his own sweet will:
Dear God! the very houses seem asleep;
And all that mighty heart is lying still!
(Traduzione di Corinzia Monforte)
Eveline - James Joyce (da "Dubliners" )
Stava seduta alla finestra a guardare la sera che invadeva la strada. La testa era appoggiata sulla tenda della finestra e le narici sentivano l’odore del polveroso tessuto di cretonne. Era stanca.
Passava poca gente. Il tizio dell’ultima casa ritornava; sentì i suoi passi battere sul marciapiede di cemento e subito dopo scricchiolare sul sentiero di scorie davanti alle case rosse. Una volta c’era un campo lì in cui si giocava ogni sera con i figli di altra gente. Poi un tizio di Belfast comprò il campo e ci costruì case –non come le loro casette marroni, ma delle case di mattoni con i tetti lucenti. I bambini della strada giocavano in quel campo –i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh lo zoppo, lei, i suoi fratelli e le sue sorelle.
Ernest, tuttavia, non giocava mai: era tropo grande. Suo padre spesso li andava a cercare fino giù al campo col suo bastone di rovere; ma di solito il piccolo Keogh faceva da vedetta e li chiamava in ritirata quando vedeva suo padre arrivare. Eppure sembravano essere stati felici allora. Suo padre non era così cattivo allora. E poi sua madre era viva. Era tanto tempo fa.
Eppure in quegli anni non aveva mai scoperto il nome del prete la cui fotografia ingiallita stava appesa alla parete sopra l’armonium rotto accanto alla stampa a colori dell’ex voto fatto alla Beata Margaret Mary Alacoque. Era stato compagno di scuola si suo padre. Questi ogni volta mostrava la fotografia agli ospiti la passava con una frase a caso:
“E’ a Melboourne adesso.”
Aveva acconsentito ad andar via, a lasciare la sua casa. Era stata una cosa saggia? Aveva cercato di soppesare tutti i lati della questione. A casa sua ad ogni modo aveva un tetto e cibo; aveva intorno tutto ciò che conosceva da tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare duro, sia a casa che al lavoro. Cosa avrebbero detto di lei al negozio quando avrebbero scoperto che era scappata via con un ragazzo? Avrebbero detto che era una cretina, forse. Ed il suo posto sarebbe stato coperto da un annuncio. Miss Gavan sarebbe stata contenta. Era sempre stata pungente con lei, specie ogni volta che c’era gente che sentiva.
“Miss Hill, non vede che queste signore aspettano?”
“E svegliatevi, Miss Hill, per favore!”.
Non avrebbe pianto molte lacrime nel lasciare il negozio.
Ma nella sua nuova casa, in una terra lontana e sconosciuta, non sarebbe stato così. Allora sarebbe stata sposata –lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto allora. Non sarebbe stata trattata come sua madre era stata trattata. Anche adesso, sebbene avesse diciannove anni e più, si sentiva sotto il pericolo della violenza di suo padre. Sapeva che era stato lui che le aveva fatto venire le palpitazioni.
Quando erano cresciuti lui non era mai stato con lei come lo era con Harry ed Ernest, perché lei era una ragazza, ma più tardi aveva incominciato a minacciarla e a dirle che lo faceva solo per amore di sua madre morta. E lei non aveva nessuno che la proteggesse. Ernest era morto ed Harry che lavorava in una chiesa come decoratore, era quasi sempre fuori da qualche parte nel paese.
E poi le eterne discussioni sui soldi il sabato sera avevano incominciato a stancarla indicibilmente.
Dava sempre la sua intera paga –sette scellini- ed Harry mandava sempre quello che poteva ma il guaio era ricevere i soldi dal padre. Questi diceva sempre che lei sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i suoi soldi lavorati con sudore per farglieli gettare dalla finestra, e molto di più, perché egli stava di solito proprio male il sabato sera.
Alla fine le avrebbe dato i soldi e le avrebbe chiesto se aveva intenzione di comprare il pranzo della domenica. Allora lei doveva precipitarsi più veloce che poteva a fare la spesa, tenere il suo portamonete di pelle nera stretto in mano mentre si faceva strada a gomitate in mezzo alla folla e tornare a casa col carico delle provviste. Doveva lavorare duro per tenere su la casa e badare a che i due bambini piccoli che erano stati affidati a lei andassero a scuola regolarmente e mangiassero regolarmente. Era un lavoro duro –una vita dura- ma adesso che stava per lasciarla non le sembrava una vita del tutto indesiderabile.
Stava per esplorare un’altra vota con Frank. Frank era molto gentile, virile, dal cuore aperto. Lei stava per andar via con lui con un battello notturno per essere sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires dove lui aveva una casa che l’aspettava. Come ricordava bene la prima volta che lo aveva visto; lui alloggiava in una casa sulla via principale dove lei andava a trovarlo. Sembrava poche settimane fa. Lui stava al cancello, il cappello con la visiera messa all’indietro sulla testa e i capelli scompigliati davanti sul viso abbronzato.
L’aveva portata a vedere La Bohéme e lei si sentiva inebriata mentre era seduta in un’insolita parte del teatro insieme a lui. Lui era totalmente patito di musica e cantava un pochino. La gente sapeva che amoreggiavano e, quando egli cantava della ragazza che amava il marinaio, ella si sentiva appassionatamente confusa. Lui la chiamava Poppens per scherzare. Prima di tutto era stato eccitante per lei avere un ragazzo e poi lui aveva incominciato a piacerle. Faceva sempre dei racconti di paesi lontani. Aveva iniziato come mozzo da suna sterlina al mese su una nave della Allan Line che andava in Canada. LE diceva i nomi delle navi dove era stato e i nomi delle diverse mansioni. Aveva attraversato lo Stretto di Magellano e le aveva raccontato storie sui terribili Paragoni. Le cose gi erano andate bene a Buonos Aires, diceva, ed era arrivato sul vecchio continente solo per una vacanza. Naturalmente il padre aveva scoperto la storia le aveva vietato di avere a che fare con lui.
“La conosco questa razza di marinai”, diceva.
Un giorno egli aveva litigato con Frank dopodiché lei doveva incontrarle il suo amore in segreto.
La sera sprofondò sul viale. Il bianco delle due lettere sul suo grembo diventò indistinto. Una era per Harry; l’altra per suo padre. Ernest era stato il suo preferito ma voleva bene anche ad Harry. Suo padre stava diventando vecchio ultimamente, aveva notato. Le sarebbe mancato. Qualche volta aveva saputo anche essere simpatico. Non molto prima, quando lei era stata a letto per un giorno, le aveva letto una storia di fantasmi e preparato del pane abbrustolito. Un altro giorno, quando la loro mamma era viva, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth. Ricordò suo padre che si era messo il cappellino di sua madre per far ridere i bambini.
Il suo tempo stava volando ma ella continuava a star seduta alla finestra, con la testa appoggiata contro la tenda della finestra, inalando l’odore del cretonne polveroso. Giù per il viale, riusciva a sentire una organetto da strada suonare. Conosceva quella musica straniera che doveva essere arrivata per ricordarle della promessa fatta a sua madre, la promessa di reggere la casa finché poteva. Si ricordò dell’ultima notte della malattia della madre; lei si ritrovava ancora nella chiusa stanza buia all’altra parte della sala e fuori sentì una malinconica musica italiana. All’organista era stato ordinato di andare via e gli avevano sei sterline. Si ricordò di suo padre che ritornando impettito nella stanza dell’ammalata disse:
“Maledetti Italiani! A venire fin qui!”
Mentre pensava la pietosa immagine della vita della madre poggiava il suo incantesimo nel suo essere più profondo –quella vita di comuni sacrifici che finiva nella pazzia finale. Tremava mentre sentiva ancora la voce di sua madre che diceva costantemente con assurda insistenza:
“Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!”
Si alzò in un improvviso impulso di terrore. Fuggire! Fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva il diritto di essere felice. Frank l’avrebbe portata tra le sue braccia, avvolta tra le sue braccia, L’avrebbe salvata.
Stava tra la folla ondeggiante alla stazione di North Wall. Lui la teneva per mano e lei sapeva che le stava parlando, dicendo qualcosa sul viaggio ripetutamente. La stazione era piena di soldati con delle valige marrone. Attraverso le ampie porte dei portici riuscì a vedere la massa scura della nave, accanto al muro della banchina, con gli oblò illimmminati. Non rispose. Si sentiva le guance pallide e fredde e in mezzo alla confusione mentale, pregò Dio di direzionarla, di mostrarle quale era il suo dovere.
La nave soffiò un lungo triste fischio nella nebbia. Se fosse andata l’indomani sarebbe stata in mare con Frank, diretta Buenos Aires. Il loro posto era stato prenotato. Si poteva tirare indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La confusione mentale le fece venire la nausea nel corpo ed ella continuava a muovere le labbra in silenziosa, fervente preghiera.
Una campana suonò sul suo cuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
“Vieni”.
Tutti i mari del mondo inondarono il cuore. Lui la stava spingendo verso di loro: l’avrebbe annegata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera.
“Vieni”.
No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrapparono freneticamente al ferro. In mezzo ai mari mandò un grido di angoscia.
“Eveline! Evvy!”
Lui si spinse oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli fu urlato di andare avanti ma lui la chiamava ancora. Ella pose il suo viso pallido su di lui, passivo, come un animale inerme. I suoi occhi non gli davano segno di amore o di addio i di riconoscimento. (1)
(1) Traduzione di Corinzia Monforte
Passava poca gente. Il tizio dell’ultima casa ritornava; sentì i suoi passi battere sul marciapiede di cemento e subito dopo scricchiolare sul sentiero di scorie davanti alle case rosse. Una volta c’era un campo lì in cui si giocava ogni sera con i figli di altra gente. Poi un tizio di Belfast comprò il campo e ci costruì case –non come le loro casette marroni, ma delle case di mattoni con i tetti lucenti. I bambini della strada giocavano in quel campo –i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh lo zoppo, lei, i suoi fratelli e le sue sorelle.
Ernest, tuttavia, non giocava mai: era tropo grande. Suo padre spesso li andava a cercare fino giù al campo col suo bastone di rovere; ma di solito il piccolo Keogh faceva da vedetta e li chiamava in ritirata quando vedeva suo padre arrivare. Eppure sembravano essere stati felici allora. Suo padre non era così cattivo allora. E poi sua madre era viva. Era tanto tempo fa.
Lei e i suoi fratelli e le sue sorelle erano cresciuti e sua madre era morta. Anche Tizzie Dunn era morto e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Adesso lei stava andando via, come gli altri, per lasciare la sua casa.
La casa! Si guardò intorno alla stanza, rivedendo tutti i suoi oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana così tanti anni, chiedendosi da dove cavolo venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe più visto tutti quegli oggetti familiari da cui non si sarebbe mai sognata di separarsi. Eppure in quegli anni non aveva mai scoperto il nome del prete la cui fotografia ingiallita stava appesa alla parete sopra l’armonium rotto accanto alla stampa a colori dell’ex voto fatto alla Beata Margaret Mary Alacoque. Era stato compagno di scuola si suo padre. Questi ogni volta mostrava la fotografia agli ospiti la passava con una frase a caso:
“E’ a Melboourne adesso.”
Aveva acconsentito ad andar via, a lasciare la sua casa. Era stata una cosa saggia? Aveva cercato di soppesare tutti i lati della questione. A casa sua ad ogni modo aveva un tetto e cibo; aveva intorno tutto ciò che conosceva da tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare duro, sia a casa che al lavoro. Cosa avrebbero detto di lei al negozio quando avrebbero scoperto che era scappata via con un ragazzo? Avrebbero detto che era una cretina, forse. Ed il suo posto sarebbe stato coperto da un annuncio. Miss Gavan sarebbe stata contenta. Era sempre stata pungente con lei, specie ogni volta che c’era gente che sentiva.
“Miss Hill, non vede che queste signore aspettano?”
“E svegliatevi, Miss Hill, per favore!”.
Non avrebbe pianto molte lacrime nel lasciare il negozio.
Ma nella sua nuova casa, in una terra lontana e sconosciuta, non sarebbe stato così. Allora sarebbe stata sposata –lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto allora. Non sarebbe stata trattata come sua madre era stata trattata. Anche adesso, sebbene avesse diciannove anni e più, si sentiva sotto il pericolo della violenza di suo padre. Sapeva che era stato lui che le aveva fatto venire le palpitazioni.
Quando erano cresciuti lui non era mai stato con lei come lo era con Harry ed Ernest, perché lei era una ragazza, ma più tardi aveva incominciato a minacciarla e a dirle che lo faceva solo per amore di sua madre morta. E lei non aveva nessuno che la proteggesse. Ernest era morto ed Harry che lavorava in una chiesa come decoratore, era quasi sempre fuori da qualche parte nel paese.
E poi le eterne discussioni sui soldi il sabato sera avevano incominciato a stancarla indicibilmente.
Dava sempre la sua intera paga –sette scellini- ed Harry mandava sempre quello che poteva ma il guaio era ricevere i soldi dal padre. Questi diceva sempre che lei sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i suoi soldi lavorati con sudore per farglieli gettare dalla finestra, e molto di più, perché egli stava di solito proprio male il sabato sera.
Alla fine le avrebbe dato i soldi e le avrebbe chiesto se aveva intenzione di comprare il pranzo della domenica. Allora lei doveva precipitarsi più veloce che poteva a fare la spesa, tenere il suo portamonete di pelle nera stretto in mano mentre si faceva strada a gomitate in mezzo alla folla e tornare a casa col carico delle provviste. Doveva lavorare duro per tenere su la casa e badare a che i due bambini piccoli che erano stati affidati a lei andassero a scuola regolarmente e mangiassero regolarmente. Era un lavoro duro –una vita dura- ma adesso che stava per lasciarla non le sembrava una vita del tutto indesiderabile.
Stava per esplorare un’altra vota con Frank. Frank era molto gentile, virile, dal cuore aperto. Lei stava per andar via con lui con un battello notturno per essere sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires dove lui aveva una casa che l’aspettava. Come ricordava bene la prima volta che lo aveva visto; lui alloggiava in una casa sulla via principale dove lei andava a trovarlo. Sembrava poche settimane fa. Lui stava al cancello, il cappello con la visiera messa all’indietro sulla testa e i capelli scompigliati davanti sul viso abbronzato.
L’aveva portata a vedere La Bohéme e lei si sentiva inebriata mentre era seduta in un’insolita parte del teatro insieme a lui. Lui era totalmente patito di musica e cantava un pochino. La gente sapeva che amoreggiavano e, quando egli cantava della ragazza che amava il marinaio, ella si sentiva appassionatamente confusa. Lui la chiamava Poppens per scherzare. Prima di tutto era stato eccitante per lei avere un ragazzo e poi lui aveva incominciato a piacerle. Faceva sempre dei racconti di paesi lontani. Aveva iniziato come mozzo da suna sterlina al mese su una nave della Allan Line che andava in Canada. LE diceva i nomi delle navi dove era stato e i nomi delle diverse mansioni. Aveva attraversato lo Stretto di Magellano e le aveva raccontato storie sui terribili Paragoni. Le cose gi erano andate bene a Buonos Aires, diceva, ed era arrivato sul vecchio continente solo per una vacanza. Naturalmente il padre aveva scoperto la storia le aveva vietato di avere a che fare con lui.
“La conosco questa razza di marinai”, diceva.
Un giorno egli aveva litigato con Frank dopodiché lei doveva incontrarle il suo amore in segreto.
La sera sprofondò sul viale. Il bianco delle due lettere sul suo grembo diventò indistinto. Una era per Harry; l’altra per suo padre. Ernest era stato il suo preferito ma voleva bene anche ad Harry. Suo padre stava diventando vecchio ultimamente, aveva notato. Le sarebbe mancato. Qualche volta aveva saputo anche essere simpatico. Non molto prima, quando lei era stata a letto per un giorno, le aveva letto una storia di fantasmi e preparato del pane abbrustolito. Un altro giorno, quando la loro mamma era viva, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth. Ricordò suo padre che si era messo il cappellino di sua madre per far ridere i bambini.
Il suo tempo stava volando ma ella continuava a star seduta alla finestra, con la testa appoggiata contro la tenda della finestra, inalando l’odore del cretonne polveroso. Giù per il viale, riusciva a sentire una organetto da strada suonare. Conosceva quella musica straniera che doveva essere arrivata per ricordarle della promessa fatta a sua madre, la promessa di reggere la casa finché poteva. Si ricordò dell’ultima notte della malattia della madre; lei si ritrovava ancora nella chiusa stanza buia all’altra parte della sala e fuori sentì una malinconica musica italiana. All’organista era stato ordinato di andare via e gli avevano sei sterline. Si ricordò di suo padre che ritornando impettito nella stanza dell’ammalata disse:
“Maledetti Italiani! A venire fin qui!”
Mentre pensava la pietosa immagine della vita della madre poggiava il suo incantesimo nel suo essere più profondo –quella vita di comuni sacrifici che finiva nella pazzia finale. Tremava mentre sentiva ancora la voce di sua madre che diceva costantemente con assurda insistenza:
“Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!”
Si alzò in un improvviso impulso di terrore. Fuggire! Fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva il diritto di essere felice. Frank l’avrebbe portata tra le sue braccia, avvolta tra le sue braccia, L’avrebbe salvata.
Stava tra la folla ondeggiante alla stazione di North Wall. Lui la teneva per mano e lei sapeva che le stava parlando, dicendo qualcosa sul viaggio ripetutamente. La stazione era piena di soldati con delle valige marrone. Attraverso le ampie porte dei portici riuscì a vedere la massa scura della nave, accanto al muro della banchina, con gli oblò illimmminati. Non rispose. Si sentiva le guance pallide e fredde e in mezzo alla confusione mentale, pregò Dio di direzionarla, di mostrarle quale era il suo dovere.
La nave soffiò un lungo triste fischio nella nebbia. Se fosse andata l’indomani sarebbe stata in mare con Frank, diretta Buenos Aires. Il loro posto era stato prenotato. Si poteva tirare indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La confusione mentale le fece venire la nausea nel corpo ed ella continuava a muovere le labbra in silenziosa, fervente preghiera.
Una campana suonò sul suo cuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
“Vieni”.
Tutti i mari del mondo inondarono il cuore. Lui la stava spingendo verso di loro: l’avrebbe annegata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera.
“Vieni”.
No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrapparono freneticamente al ferro. In mezzo ai mari mandò un grido di angoscia.
“Eveline! Evvy!”
Lui si spinse oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli fu urlato di andare avanti ma lui la chiamava ancora. Ella pose il suo viso pallido su di lui, passivo, come un animale inerme. I suoi occhi non gli davano segno di amore o di addio i di riconoscimento. (1)
(1) Traduzione di Corinzia Monforte
La cotta adolescenziale di Romeo per Giulietta
L’amore di Romeo per Giulietta, decantato dalla nostra cultura come il più grande, romantico e passionale degli amori, alla luce di un analisi più attenta del personaggio di Romeo, non può esimersi dal risultare che una tremenda cotta adolescenziale.
Chi innamorato di questo amore, ne ricerca nella realtà un correlativo oggettivo, magari senza il tragico finale, dimentica che Romeo si innamora della sua Giulietta appena qualche ora dopo aver lamentato il suo amore non contraccambiato per una certa Rosalina, assente fisicamente nel dramma, ma fortemente presente nel dialogo tra lui e il cugino Benvolio che vorrebbe invitarlo a dimenticare nella fase iniziale della tragedia:
Romeo è anche un lettore di poesie d’amore e questo facilmente porta a dedurre che nella sua ricerca tipicamente giovanile del grande amore, abbia cercato di emulare l’amore ideale dei sonetti tanto in voga all’epoca e che quindi sia stato fortemente influenzato da quel tipo di letture.
Dunque quello che nei secoli è stato immaginato come il più grande degli amori é solo impetuosità giovanile che già nell’età elisabettiana era conosciuto ed identificato con un nome specifico: “calf love” o “amore di sbarbatello”.
E Shakespeare ne dà un esempio nel personaggio di Romeo: un adolescente che solo per aver preso una cotta, in soli quattro giorni fa scoppiare un putiferio. Con la temerarietà tipica dei ragazzini.
Chi innamorato di questo amore, ne ricerca nella realtà un correlativo oggettivo, magari senza il tragico finale, dimentica che Romeo si innamora della sua Giulietta appena qualche ora dopo aver lamentato il suo amore non contraccambiato per una certa Rosalina, assente fisicamente nel dramma, ma fortemente presente nel dialogo tra lui e il cugino Benvolio che vorrebbe invitarlo a dimenticare nella fase iniziale della tragedia:
“L’amore è fumo creato dai sospiri degli amanti;La figura di Rosalina, ritorna successivamente nel secondo atto, quando Romeo è rimproverato da Frate Lorenzo che mette in luce la natura superficiale dei suoi precedenti sentimenti per questa ex:
se è dissipato è fuoco che scintilla negli occhi degli amanti;
se è sofferto è un mare che si riempie delle lacrime degli amanti.
Che cos’altro è? Una pazzia silenziosissima,
un’amarezza che soffoca, una dolcezza che si conserva dentro … […]
Toh, mi sono perso, io non sono qui.
Questo non è Romeo, Romeo è da qualche altra parte. […]
Oh, insegnami a dimenticare […]
Colui che è colpito da cecità non può dimenticare
Il tesoro prezioso della vista perduta.
Mostrami una donna che sia più bella;
non servirà che come suggerimento
in cui rivedrò colei che è di gran lunga più bella …
Addio, tu non puoi insegnarmi a dimenticare “
“San Francesco! Che cosa è questo cambiamento?Ma non è soltanto volubile, Romeo è intelligente, arguto e capace di battute spinte; é un giovane alla ricerca di emozioni forti, senza capacità di moderazione in ogni sua manifestazione e non solo nel suo amore per Giulietta: si introduce furtivamente in casa Capuleti solo per sbirciare la nuova fiamma, uccide Tebaldo – cugino della già moglie- in un momento d’ira, e credendo Giulietta morta finisce col suicidarsi solo per non aver aspettato ancora un po’ il suo risveglio.
Rosalina, che tu amavi così devotamente
l’hai dimenticata così presto?L’amore dei giovani non sta
veramente nel loro cuore ma nei loro occhi.[…]
Ma vieni con me, ragazzo volubile…”
Romeo è anche un lettore di poesie d’amore e questo facilmente porta a dedurre che nella sua ricerca tipicamente giovanile del grande amore, abbia cercato di emulare l’amore ideale dei sonetti tanto in voga all’epoca e che quindi sia stato fortemente influenzato da quel tipo di letture.
Dunque quello che nei secoli è stato immaginato come il più grande degli amori é solo impetuosità giovanile che già nell’età elisabettiana era conosciuto ed identificato con un nome specifico: “calf love” o “amore di sbarbatello”.
E Shakespeare ne dà un esempio nel personaggio di Romeo: un adolescente che solo per aver preso una cotta, in soli quattro giorni fa scoppiare un putiferio. Con la temerarietà tipica dei ragazzini.
L'ultimo sonetto di Shakespeare
I sonetti di Shakespeare dal 127 in poi raccontano dell’amore tormentato del poeta per una dark lady. Ecco l’ultimo, il sonetto 154:
pose accanto a lui la sua torcia che infiamma i cuori,
allorché molte nife che avevano giurato di mantenersi caste a vita,
si avvicinarono con passo leggero; ma con la sua mano verginale
la più bella di queste che avevano fatto voto prese quel fuoco
che molte legioni di cuori sinceri aveva riscaldato;
e così il generale del caldo desiderio
dormiva da una mano vergine disarmato.
Quest’arma infuocata ella spense in una fontana lì accanto,
che dal fuoco dell’amore il calore aveva reso perpetuo,
facendolo diventare un bagno ed un rimedio salutare,
per gli uomini malati; ma io, schiavo della mia donna,
andai lì per curarmi, e questo posso provare:
il fuoco dell’amore scalda l’acqua,
l’acqua non raffredda l’amore .
Traduzione di Corinzia Monforte
The little Love-god lying once asleepUna volta il piccolo dio dell’amore mentre era addormentato
Laid by his side his heart-inflaming brand,
Whilst many nymphs that vow’d chaste life to keep
Came tripping by; but in her maiden hand
The fairest votary took up that fire
Which many legions of true hearts had warm’d;
And so the general of hot desire
Was sleeping by a virgin hand disarm’d.
This brand she quenched in a cool well by,
Which from Love’s fire took heat perpetual,
Growing a bath and healthful remedy
For men diseased; but I, my mistress’ thrall,
Came there for cure, and this by that I prove,
Love’s fire heats water, water cools not love.
pose accanto a lui la sua torcia che infiamma i cuori,
allorché molte nife che avevano giurato di mantenersi caste a vita,
si avvicinarono con passo leggero; ma con la sua mano verginale
la più bella di queste che avevano fatto voto prese quel fuoco
che molte legioni di cuori sinceri aveva riscaldato;
e così il generale del caldo desiderio
dormiva da una mano vergine disarmato.
Quest’arma infuocata ella spense in una fontana lì accanto,
che dal fuoco dell’amore il calore aveva reso perpetuo,
facendolo diventare un bagno ed un rimedio salutare,
per gli uomini malati; ma io, schiavo della mia donna,
andai lì per curarmi, e questo posso provare:
il fuoco dell’amore scalda l’acqua,
l’acqua non raffredda l’amore .
Traduzione di Corinzia Monforte
Halloween raccontato da Harry Behn
Ecco (1898-1973), scrittore soprattutto di libri per bambini:
HALLOWEEN
di Harry Behn
Stanotte é la notte
quando le foglie morte volano
come streghe sui percorsi
del cielo.
Quando elfi e spiriti
attraversano la notte
alla bieca luce della luna.
Stanotte è la notte
quando le foglie emettono suoni
come uno gnomo a casa sua,
da sotto terra,
quando spettri e demoni
vengono fuori da buchi
muschiosi e verdi.
Stanotte é la notte
quando le zucche guardano
tra covoni e foglie
dappertutto
quando demoni divoratori di cadaveri, e fantasmi
e folle di spiriti maligni
danzano intorno alla loro regina.
E’ Halloween.
(traduzione di Corinzia Monforte)
HALLOWEEN
Tonight is the night
When dead leaves fly
Like witches on switches
Across the sky,
When elf and sprite
Flit through the night
On a moony sheen.
Tonight is the night
When leaves make a sound
Like a gnome in his home
Under the ground,
When spooks and trolls
Creep out of holes
Mossy and green.
Tonight is the night
When pumpkins stare
Through sheaves and leaves
Everywhere,
When ghouls and ghost
And goblin host
Dance round their queen.
It’s Halloween.
HALLOWEEN
di Harry Behn
Stanotte é la notte
quando le foglie morte volano
come streghe sui percorsi
del cielo.
Quando elfi e spiriti
attraversano la notte
alla bieca luce della luna.
Stanotte è la notte
quando le foglie emettono suoni
come uno gnomo a casa sua,
da sotto terra,
quando spettri e demoni
vengono fuori da buchi
muschiosi e verdi.
Stanotte é la notte
quando le zucche guardano
tra covoni e foglie
dappertutto
quando demoni divoratori di cadaveri, e fantasmi
e folle di spiriti maligni
danzano intorno alla loro regina.
E’ Halloween.
(traduzione di Corinzia Monforte)
HALLOWEEN
Tonight is the night
When dead leaves fly
Like witches on switches
Across the sky,
When elf and sprite
Flit through the night
On a moony sheen.
Tonight is the night
When leaves make a sound
Like a gnome in his home
Under the ground,
When spooks and trolls
Creep out of holes
Mossy and green.
Tonight is the night
When pumpkins stare
Through sheaves and leaves
Everywhere,
When ghouls and ghost
And goblin host
Dance round their queen.
It’s Halloween.
Ulalume - Edgar Allan Poe
Dal maestro del sovrannaturale un poemetto ad un amore perduto, dove il protagonista si trova a passeggiare in un bosco ottobrino a parlare con Psiche - che qui rappresenta i suoi più nascosti pensieri - finché non si imbatte in una tomba...
E’ la tomba del suo amore: Ulalume, morta esattamente un anno prima, in un giorno come quello. Ulalume, proprio come la perduta Lenora di “The Raven”, non abbandona le tristi e macabre fantasie del poeta, così come il ricordo della moglie morta continuò a perseguitare nella vita reale i pensieri di Edgar Allan Poe.
Ulalume
”I cieli erano cinerei e tristi
Le foglie erano avvizzite e secche –
Le foglie erano stecchite e secche
Era di notte nel solitario ottobre
Del mio più immemorabile anno;
era freddo presso il velato lago di Hobre,
nel cuore della nebbiosa regione di Wer –
era giù verso l’umida palude di Hobre,
nel bosco infestato di spettri di Wer.
Qui una volta, in un Titanico cammino
Di cipressi, vagavo con la mia Anima –
Di cipressi, con Psiche, la mia Anima.
Quelli erano giorni in cui il mio cuore era vulcanico
Come avanzi di fiumi che precipitano –
Come la lava che senza posa precipita
Le sue correnti sulfuree giù per Yaniko
Nelle remote regioni del polo –
Che si lamenta mentre precipita giù dal monte Yaniko,
Nei reami del polo boreale.
Il nostro parlare era stato serio e triste
ma i nostri pensieri erano stentati e secchi –
I nostri ricordi erano ingannevoli e secchi –
Perché ignoravamo che il mese era di ottobre,
e non ricordavamo quale notte dell’anno –
(Ah, la notte delle notti dell’anno!)
non avevamo notato il velato lago di Hobre –
(Anche se una volta avevamo fatto un viaggio quaggiù)-
Non ricordavamo l’umida palude di Hobre,
ne’ il bosco di spettri di Wer.
Ed ora, mentre la notte era senescente
e il disegno delle stelle indicava il mattino –
alla fine del nostro sentiero un liquescente
e nebuloso luccichio nasceva,
da cui fuori un miracolosa luna crescente
sorgeva con la sua duplice punta-
l’adamantina luna crescente d’Astarte
distinta dalla sua duplice punta.
Ed io dissi – “E’ più calda di Diana:
precipita in un etere di sospiri –
Lei ha visto che le lacrime non si asciugano
Su queste guance, dove il verme non muore,
ed ha superato il segno del Leone
per indicarci il sentiero dei cieli –
verso la pace letea dei cieli –
é venuta su a dispetto del Leone
per brillare su di noi con i suoi occhi scintillanti -
é venuta su attraverso la tana del Leone
con Amore nei suoi occhi luminosi”.
Ma Psiche, sollevando il dito,
disse – “Tristemente di questa stella non mi fido –
del suo pallore stranamente io non mi fido -
Oh, presto! – Oh, non indugiamo!
Oh, fuggi! – fuggiamo!- perché dobbiamo-
Nel terrore parlò; lasciando affondare
Le ali fino a che si persero nella polvere-
Nell’agonia singhiozzò, lasciando affondare
le piume fino a che si persero nella polvere-
finché dolorosamente si persero nella polvere.
Risposi – “Questo non é che un sogno:
andiamo avanti con questa tremula luce!
bagnamoci in questa bianca luce!
Il suo splendore sibillino sta brillando
Di speranza e di Bellezza questa notte: -
Guarda! – svolazza su nel cielo attraverso la notte!
Ah, sicuri possiamo fidarci del suo chiarore,
ed esser sicuri che ci giuderà nel giusto,
finché svolazza su nel cielo attraverso la notte.”
Così placai Psiche e la baciai,
e la sottrassi al suo nero umore –
e conquistai le sue paure e il suo nero umore:
e superammo la fine del viale,
ed ecco fummo fermati dalla porta di una tomba;
dalla porta di una tomba dove si leggeva qualcosa:-
Ed io dissi – “Che cosa vi è scritto, dolce sorella,
sulla porta di questa tomba incisa?”
Lei rispose: — “Ulalume — Ulalume —
E’ la tomba della tua perduta Ulalume!”
Allora il mio cuore divenne cinereo e triste
Come le foglie che erano avvizzite e secche -
come le foglie che erano stecchite e secche –
E gridai – “Era sicuramente Ottobre
Proprio in questa notte dell’anno scorso
Che io venni in viaggio – venni in viaggio fin qui –
Che portai un tremendo fardello fin qui –
In questa notte di tutte le notti dell’anno,
Oh, quale demone mi ha tentato qui?
Be’ lo so, adesso, questo velato lago di Hobre –
il cuore di questa nebbiosa regione di Wer –
lo so bene, adesso, questa umida palude di Hobre,
nel bosco infestato da spettri di Wer”.
Disse noi, allora – noi due, allora – “Ah, può
Essere stato che gli spettri della foresta –
I pietosi e misericordiosi spettri-
per sbarrarci la strada ed interdirci
dal segreto che sta in queste lande –
dalla cosa che giace nascosta in queste lande -
abbiano tirato lo spettro di un pianeta
Dal limbo delle anime lunari -
In questo pianeta peccaminosamente scintillante,
Dall’inferno delle anime planetarie!"
(traduzione di Corinzia Monforte)
ULALUME
The skies they were ashen and sober;
The leaves they were crispéd and sere —
The leaves they were withering and sere;
It was night in the lonesome October
Of my most immemorial year;
It was hard by the dim lake of Auber,
In the misty mid region of Weir —
It was down by the dank tarn of Auber,
In the ghoul-haunted woodland of Weir.
Here once, through an alley Titanic,
Of cypress, I roamed with my Soul —
Of cypress, with Psyche, my Soul.
There were days when my heart was volcanic
As the scoriac rivers that roll —
As the lavas that restlessly roll
Their sulphurous currents down Yaanek
In the ultimate climes of the pole —
That groan as they roll down Mount Yaanek
In the realms of the boreal pole.
Our talk had been serious and sober,
But our thoughts they were palsied and sere —
Our memories were treacherous and sere —
For we knew not the month was October,
And we marked not the night of the year —
(Ah, night of all nights in the year!)
We noted not the dim lake of Auber —
(Though once we had journeyed down here) —
We remembered not the dank tarn of Auber,
Nor the ghoul-haunted woodland of Weir.
And now, as the night was senescent
And star-dials pointed to morn —
As the star-dials hinted of morn —
At the end of our path a liquescent
And nebulous lustre was born,
Out of which a miraculous crescent
Arose with a duplicate horn —
Astarte’s bediamonded crescent
Distinct with its duplicate horn.
And I said — “She is warmer than Dian:
She rolls through an ether of sighs —
She has seen that the tears are not dry on
These cheeks, where the worm never dies,
And has come past the stars of the Lion
To point us the path to the skies —
To the Lethean peace of the skies —
Come up, in despite of the Lion,
To shine on us with her bright eyes —
Come up through the lair of the Lion
With Love in her luminous eyes.”
But Psyche, uplifting her finger,
Said — “Sadly this star I mistrust —
Her pallor I strangely mistrust: —
Oh, hasten! — oh, let us not linger!
Oh, fly! — let us fly! — for we must.”
In terror she spoke; letting sink her
Wings till they trailed in the dust —
In agony sobbed, letting sink her
Plumes till they trailed in the dust —
Till they sorrowfully trailed in the dust.
I replied — “This is nothing but dreaming:
Let us on by this tremulous light!
Let us bathe in this crystalline light!
Its Sybillic splendor is beaming
With Hope and in Beauty to-night: —
See! — it flickers up the sky through the night!
Ah, we safely may trust to its gleaming,
And be sure it will lead us aright —
We safely may trust to a gleaming
That cannot but guide us aright,
Since it flickers up to Heaven through the night.”
Thus I pacified Psyche and kissed her,
And tempted her out of her gloom —
And conquered her scruples and gloom:
And we passed to the end of the vista,
And were stopped by the door of a tomb;
By the door of a legended tomb: —
And I said — “What is written, sweet sister,
On the door of this legended tomb?”
She replied — “Ulalume — Ulalume —
’Tis the vault of thy lost Ulalume!”
Then my heart it grew ashen and sober
As the leaves that were crispéd and sere —
As the leaves that were withering and sere,
And I cried — “It was surely October
On this very night of last year
That I journeyed — I journeyed down here —
That I brought a dread burden down here —
On this night of all nights in the year,
Oh, what demon has tempted me here?
Well I know, now, this dim lake of Auber —
This misty mid region of Weir —
Well I know, now, this dank tarn of Auber,
In the ghoul-haunted woodland of Weir.”Said we, then — the two, then — “Ah, can it
Have been that the woodlandish ghouls —
The pitiful, the merciful ghouls —
To bar up our way and to ban it
From the secret that lies in these wolds —
From the thing that lies hidden in these wolds —
Had drawn up the spectre of a planet
From the limbo of lunary souls —
This sinfully scintillant planet
From the Hell of the planetary souls?”
E’ la tomba del suo amore: Ulalume, morta esattamente un anno prima, in un giorno come quello. Ulalume, proprio come la perduta Lenora di “The Raven”, non abbandona le tristi e macabre fantasie del poeta, così come il ricordo della moglie morta continuò a perseguitare nella vita reale i pensieri di Edgar Allan Poe.
Ulalume
”I cieli erano cinerei e tristi
Le foglie erano avvizzite e secche –
Le foglie erano stecchite e secche
Era di notte nel solitario ottobre
Del mio più immemorabile anno;
era freddo presso il velato lago di Hobre,
nel cuore della nebbiosa regione di Wer –
era giù verso l’umida palude di Hobre,
nel bosco infestato di spettri di Wer.
Qui una volta, in un Titanico cammino
Di cipressi, vagavo con la mia Anima –
Di cipressi, con Psiche, la mia Anima.
Quelli erano giorni in cui il mio cuore era vulcanico
Come avanzi di fiumi che precipitano –
Come la lava che senza posa precipita
Le sue correnti sulfuree giù per Yaniko
Nelle remote regioni del polo –
Che si lamenta mentre precipita giù dal monte Yaniko,
Nei reami del polo boreale.
Il nostro parlare era stato serio e triste
ma i nostri pensieri erano stentati e secchi –
I nostri ricordi erano ingannevoli e secchi –
Perché ignoravamo che il mese era di ottobre,
e non ricordavamo quale notte dell’anno –
(Ah, la notte delle notti dell’anno!)
non avevamo notato il velato lago di Hobre –
(Anche se una volta avevamo fatto un viaggio quaggiù)-
Non ricordavamo l’umida palude di Hobre,
ne’ il bosco di spettri di Wer.
Ed ora, mentre la notte era senescente
e il disegno delle stelle indicava il mattino –
alla fine del nostro sentiero un liquescente
e nebuloso luccichio nasceva,
da cui fuori un miracolosa luna crescente
sorgeva con la sua duplice punta-
l’adamantina luna crescente d’Astarte
distinta dalla sua duplice punta.
Ed io dissi – “E’ più calda di Diana:
precipita in un etere di sospiri –
Lei ha visto che le lacrime non si asciugano
Su queste guance, dove il verme non muore,
ed ha superato il segno del Leone
per indicarci il sentiero dei cieli –
verso la pace letea dei cieli –
é venuta su a dispetto del Leone
per brillare su di noi con i suoi occhi scintillanti -
é venuta su attraverso la tana del Leone
con Amore nei suoi occhi luminosi”.
Ma Psiche, sollevando il dito,
disse – “Tristemente di questa stella non mi fido –
del suo pallore stranamente io non mi fido -
Oh, presto! – Oh, non indugiamo!
Oh, fuggi! – fuggiamo!- perché dobbiamo-
Nel terrore parlò; lasciando affondare
Le ali fino a che si persero nella polvere-
Nell’agonia singhiozzò, lasciando affondare
le piume fino a che si persero nella polvere-
finché dolorosamente si persero nella polvere.
Risposi – “Questo non é che un sogno:
andiamo avanti con questa tremula luce!
bagnamoci in questa bianca luce!
Il suo splendore sibillino sta brillando
Di speranza e di Bellezza questa notte: -
Guarda! – svolazza su nel cielo attraverso la notte!
Ah, sicuri possiamo fidarci del suo chiarore,
ed esser sicuri che ci giuderà nel giusto,
finché svolazza su nel cielo attraverso la notte.”
Così placai Psiche e la baciai,
e la sottrassi al suo nero umore –
e conquistai le sue paure e il suo nero umore:
e superammo la fine del viale,
ed ecco fummo fermati dalla porta di una tomba;
dalla porta di una tomba dove si leggeva qualcosa:-
Ed io dissi – “Che cosa vi è scritto, dolce sorella,
sulla porta di questa tomba incisa?”
Lei rispose: — “Ulalume — Ulalume —
E’ la tomba della tua perduta Ulalume!”
Allora il mio cuore divenne cinereo e triste
Come le foglie che erano avvizzite e secche -
come le foglie che erano stecchite e secche –
E gridai – “Era sicuramente Ottobre
Proprio in questa notte dell’anno scorso
Che io venni in viaggio – venni in viaggio fin qui –
Che portai un tremendo fardello fin qui –
In questa notte di tutte le notti dell’anno,
Oh, quale demone mi ha tentato qui?
Be’ lo so, adesso, questo velato lago di Hobre –
il cuore di questa nebbiosa regione di Wer –
lo so bene, adesso, questa umida palude di Hobre,
nel bosco infestato da spettri di Wer”.
Disse noi, allora – noi due, allora – “Ah, può
Essere stato che gli spettri della foresta –
I pietosi e misericordiosi spettri-
per sbarrarci la strada ed interdirci
dal segreto che sta in queste lande –
dalla cosa che giace nascosta in queste lande -
abbiano tirato lo spettro di un pianeta
Dal limbo delle anime lunari -
In questo pianeta peccaminosamente scintillante,
Dall’inferno delle anime planetarie!"
(traduzione di Corinzia Monforte)
ULALUME
The skies they were ashen and sober;
The leaves they were crispéd and sere —
The leaves they were withering and sere;
It was night in the lonesome October
Of my most immemorial year;
It was hard by the dim lake of Auber,
In the misty mid region of Weir —
It was down by the dank tarn of Auber,
In the ghoul-haunted woodland of Weir.
Here once, through an alley Titanic,
Of cypress, I roamed with my Soul —
Of cypress, with Psyche, my Soul.
There were days when my heart was volcanic
As the scoriac rivers that roll —
As the lavas that restlessly roll
Their sulphurous currents down Yaanek
In the ultimate climes of the pole —
That groan as they roll down Mount Yaanek
In the realms of the boreal pole.
Our talk had been serious and sober,
But our thoughts they were palsied and sere —
Our memories were treacherous and sere —
For we knew not the month was October,
And we marked not the night of the year —
(Ah, night of all nights in the year!)
We noted not the dim lake of Auber —
(Though once we had journeyed down here) —
We remembered not the dank tarn of Auber,
Nor the ghoul-haunted woodland of Weir.
And now, as the night was senescent
And star-dials pointed to morn —
As the star-dials hinted of morn —
At the end of our path a liquescent
And nebulous lustre was born,
Out of which a miraculous crescent
Arose with a duplicate horn —
Astarte’s bediamonded crescent
Distinct with its duplicate horn.
And I said — “She is warmer than Dian:
She rolls through an ether of sighs —
She has seen that the tears are not dry on
These cheeks, where the worm never dies,
And has come past the stars of the Lion
To point us the path to the skies —
To the Lethean peace of the skies —
Come up, in despite of the Lion,
To shine on us with her bright eyes —
Come up through the lair of the Lion
With Love in her luminous eyes.”
But Psyche, uplifting her finger,
Said — “Sadly this star I mistrust —
Her pallor I strangely mistrust: —
Oh, hasten! — oh, let us not linger!
Oh, fly! — let us fly! — for we must.”
In terror she spoke; letting sink her
Wings till they trailed in the dust —
In agony sobbed, letting sink her
Plumes till they trailed in the dust —
Till they sorrowfully trailed in the dust.
I replied — “This is nothing but dreaming:
Let us on by this tremulous light!
Let us bathe in this crystalline light!
Its Sybillic splendor is beaming
With Hope and in Beauty to-night: —
See! — it flickers up the sky through the night!
Ah, we safely may trust to its gleaming,
And be sure it will lead us aright —
We safely may trust to a gleaming
That cannot but guide us aright,
Since it flickers up to Heaven through the night.”
Thus I pacified Psyche and kissed her,
And tempted her out of her gloom —
And conquered her scruples and gloom:
And we passed to the end of the vista,
And were stopped by the door of a tomb;
By the door of a legended tomb: —
And I said — “What is written, sweet sister,
On the door of this legended tomb?”
She replied — “Ulalume — Ulalume —
’Tis the vault of thy lost Ulalume!”
Then my heart it grew ashen and sober
As the leaves that were crispéd and sere —
As the leaves that were withering and sere,
And I cried — “It was surely October
On this very night of last year
That I journeyed — I journeyed down here —
That I brought a dread burden down here —
On this night of all nights in the year,
Oh, what demon has tempted me here?
Well I know, now, this dim lake of Auber —
This misty mid region of Weir —
Well I know, now, this dank tarn of Auber,
In the ghoul-haunted woodland of Weir.”Said we, then — the two, then — “Ah, can it
Have been that the woodlandish ghouls —
The pitiful, the merciful ghouls —
To bar up our way and to ban it
From the secret that lies in these wolds —
From the thing that lies hidden in these wolds —
Had drawn up the spectre of a planet
From the limbo of lunary souls —
This sinfully scintillant planet
From the Hell of the planetary souls?”
Il Natale secondo Forster
Edward Morgan Forster (1879-1970), l’autore di “Passaggio in India”, “Casa Howard”, e “Camera con Vista”, ha una visione tutt’altro che poetica del Natale, di certo disincantata e per nulla retorica:
(Traduzione di Corinzia Monforte)
“In fondo mi piace il Natale… E’ una festa buffa, si avvicina alla Pace ed alla Buona Volontà. Ma è ogni anno più buffo”.
(Traduzione di Corinzia Monforte)
Il Natale secondo Dickens
La letteratura inglese (e non solo) ha detto tanto sul Natale. Ecco come si esprime l’autore buonista, perbenista , ed ipocritamente classista per antonomasia, Charles Dickens:
“Ho sempre pensato al Natale, quando arriva, come ad un tempo di bontà; tempo di gentilezza, di perdono, di amore; il solo tempo che io conosca nel lungo calendario dell’anno in cui gli uomini e le donne sembrano concordi ad aprire i loro chiusi cuori liberamente, ed a pensare agli uomini al di sotto di loro come se fossero davvero dei compagni nel viaggio verso la tomba, e non un’altra razza di creature dirette ad altri lidi” .
“Onorerò il Natale nel mio cuore e lo farò per tutto l’anno”
(da “A Christmas Carol”)
“Felice, felice Natale, che possa ripagarci delle delusioni dell’infanzia; che possa ridare al vecchio i piaceri della giovinezza; che possa trasportare il marinaio ed il viaggiatore per migliaia di miglia lontano, di nuovo al focolare domestico della sua tranquilla casa!”
(da “The Pickwick Papers”)
- Traduzioni di Corinzia Monforte
“Ho sempre pensato al Natale, quando arriva, come ad un tempo di bontà; tempo di gentilezza, di perdono, di amore; il solo tempo che io conosca nel lungo calendario dell’anno in cui gli uomini e le donne sembrano concordi ad aprire i loro chiusi cuori liberamente, ed a pensare agli uomini al di sotto di loro come se fossero davvero dei compagni nel viaggio verso la tomba, e non un’altra razza di creature dirette ad altri lidi” .
“Onorerò il Natale nel mio cuore e lo farò per tutto l’anno”
(da “A Christmas Carol”)
“Felice, felice Natale, che possa ripagarci delle delusioni dell’infanzia; che possa ridare al vecchio i piaceri della giovinezza; che possa trasportare il marinaio ed il viaggiatore per migliaia di miglia lontano, di nuovo al focolare domestico della sua tranquilla casa!”
(da “The Pickwick Papers”)
- Traduzioni di Corinzia Monforte
Il suono del verde - THE ECHOING GREEN by William BLake
In un mattino di primavera in un verde prato, l’io poetico di William Blake, bambino in un paese delle meraviglie dove tutto è gioia e stupore, di fronte a vecchi che ridono, improvvisamente si trasforma in un adulto consapevole che ricorda un mattino di primavera in un prato verde, quando, bambino in un paese delle meraviglie dove tutto era gioia e stupore vedeva vecchi che ridevano e sentiva campane che suonavano e la vita sembrava un unico gioco, senza preoccupazioni, ne' noia o stanchezza.
THE ECHOING GREEN
by William Blake
The sun does arise,
And make happy the skies;
The merry bells ring
To welcome the spring;
The skylark and thrush,
The birds of the bush,
Sing louder around
To the bell’s cheerful sound,
While our sports shall be seen
On the Echoing Green.
Old John with white hair,
Does laugh away care,
Sitting under the oak,
Among the old folk.
They laugh at our play,
And soon they all say:
“Such, such were the joys
When we all, girls and boys,
In our youth time were seen
On the Echoing Green.”
Till the little ones, weary,
No more can be merry;
The sun does descend,
And our sports have an end.
Round the laps of their mothers
Many sisters and brother,
Like birds in their nest,
Are ready for rest,
And sport no more seen
On the darkening Green.
IL VERDE CHE RIECHEGGIA
Il sole sorge
e fa felici i cieli,
le campane allegre suonano
per salutare la primavera;
l’allodola e il tordo,
gli uccelli di boscaglia
cantano più forte intorno
al suono allegro di campane.
Mentre i nostri giochi si vedranno
sul verde che riecheggia
Il vecchio John coi capelli bianchi
dissipa le preoccupazioni con una risata
seduto sotto la quercia,
in mezzo a vecchia gente.
Ridono del nostro gioco,
e presto tutti dicono:
“Così, così erano le gioie
quando noi tutti, ragazze e ragazzi
nella nostra gioventù eravamo visti
sul verde che riecheggia”.
Finché i piccoli, stanchi,
Non non sono più allegri;
il sole tramonta,
e i nostri giochi hanno una fine.
Intorno al grembo delle loro madri
molte sorelle e fratelli,
come uccelli nel loro nido,
sono pronti al riposo,
e nessun gioco più ci sarà
sul verde che si oscura.
(Traduzione di Corinzia Monforte)
La poesia perde tanto, quasi tutto nella traduzione. Perde il ritmo, le rime, quelle vere e quelle visive che nella lingua inglese non sono altro che quelle rime che ortograficamente combaciano ma che si differenziano nella pronuncia, come “thrush” e “bush” , “weary” e “merry”. E perde molti altri artifici retorici: allitterazioni, assonanze, onomatopee che nessuna traduzione può rendere.
Non può perdere però il suo senso: l’atmosfera di gioia che si spegne con i giochi che finiscono, il sole che tramonta, il silenzio del riposo che segue la vita.
“Il verde che riecheggia” come tutti i “Canti dell’Innocenza” ha la voce di un bambino, che ignaro del mondo vede tutto in termini positivi. Ai suoi occhi i vecchi sono spensierati, la natura è ridente e festosa, l’universo ha uno spirito infantile, finché il bambino non deve rendersi conto che non si può essere per sempre allegri. Allora il sole tramonta, i giochi finiscono, gli uccelli e gli uomini ritornano al loro nido. Il piccolo è diventato adulto, l’innocenza ha fatto posto all’esperienza ed il verde si è fatto buio.
THE ECHOING GREEN
by William Blake
The sun does arise,
And make happy the skies;
The merry bells ring
To welcome the spring;
The skylark and thrush,
The birds of the bush,
Sing louder around
To the bell’s cheerful sound,
While our sports shall be seen
On the Echoing Green.
Old John with white hair,
Does laugh away care,
Sitting under the oak,
Among the old folk.
They laugh at our play,
And soon they all say:
“Such, such were the joys
When we all, girls and boys,
In our youth time were seen
On the Echoing Green.”
Till the little ones, weary,
No more can be merry;
The sun does descend,
And our sports have an end.
Round the laps of their mothers
Many sisters and brother,
Like birds in their nest,
Are ready for rest,
And sport no more seen
On the darkening Green.
IL VERDE CHE RIECHEGGIA
Il sole sorge
e fa felici i cieli,
le campane allegre suonano
per salutare la primavera;
l’allodola e il tordo,
gli uccelli di boscaglia
cantano più forte intorno
al suono allegro di campane.
Mentre i nostri giochi si vedranno
sul verde che riecheggia
Il vecchio John coi capelli bianchi
dissipa le preoccupazioni con una risata
seduto sotto la quercia,
in mezzo a vecchia gente.
Ridono del nostro gioco,
e presto tutti dicono:
“Così, così erano le gioie
quando noi tutti, ragazze e ragazzi
nella nostra gioventù eravamo visti
sul verde che riecheggia”.
Finché i piccoli, stanchi,
Non non sono più allegri;
il sole tramonta,
e i nostri giochi hanno una fine.
Intorno al grembo delle loro madri
molte sorelle e fratelli,
come uccelli nel loro nido,
sono pronti al riposo,
e nessun gioco più ci sarà
sul verde che si oscura.
(Traduzione di Corinzia Monforte)
La poesia perde tanto, quasi tutto nella traduzione. Perde il ritmo, le rime, quelle vere e quelle visive che nella lingua inglese non sono altro che quelle rime che ortograficamente combaciano ma che si differenziano nella pronuncia, come “thrush” e “bush” , “weary” e “merry”. E perde molti altri artifici retorici: allitterazioni, assonanze, onomatopee che nessuna traduzione può rendere.
Non può perdere però il suo senso: l’atmosfera di gioia che si spegne con i giochi che finiscono, il sole che tramonta, il silenzio del riposo che segue la vita.
“Il verde che riecheggia” come tutti i “Canti dell’Innocenza” ha la voce di un bambino, che ignaro del mondo vede tutto in termini positivi. Ai suoi occhi i vecchi sono spensierati, la natura è ridente e festosa, l’universo ha uno spirito infantile, finché il bambino non deve rendersi conto che non si può essere per sempre allegri. Allora il sole tramonta, i giochi finiscono, gli uccelli e gli uomini ritornano al loro nido. Il piccolo è diventato adulto, l’innocenza ha fatto posto all’esperienza ed il verde si è fatto buio.
Look, Stranger! - W. H. Auden
“Guarda Straniero” é una poesia di W. H. Auden, scritta nel 1935, anno cruciale nella storia d’Europa per gli scontri tra i regimi totalitari e le forze di libertà e democrazia. Al centro della poesia vi é l’Inghilterra che con le sue bianche scogliere rappresentata un’oasi di pace e serenità.
Le immagini sono rese vive dall’abbondante uso di allitterazioni, assonanze, rime, onomatopee ed altri artifici retorici che - non traducibili nella versione italiana- riproducono il suono dell’acqua del mare e regalano al paesaggio un’atmosfera onirica, quasi ipnotica:
Look, stranger
Look, stranger, at this island now
The leaping light for your delight discovers,
Stand stable here
And silent be,
That through the channels of the ear
May wander like a river
The swaying sound of the sea.
Here at a small field’s ending pause
Where the chalk wall falls to the foam and its tall ledges
Oppose the pluck
And knock of the tide.
And the shingle scrambles after the suck-
ing surf, and a gull lodges
A moment on its sheer side.
Far off like floating seeds the ships
Diverge on urgent voluntary errands,
And this full view
Indeed may enter
And move in memory as now these clouds do,
That pass the harbour mirror
And all the summer through the water saunter.
——–
“Guarda, Straniero!”
Guarda, straniero, quest’isola adesso
la luce saltellante per il tuo piacere mostra,
sta’ fermo qui
e in silenzio,
che attraverso i canali dell’udito
può vagare come un fiume
l’oscillante suono del mare.
Fermati qui al limite del piccolo spazio
dove il muro di gesso cade
sulla schiuma, e le sue alte balze
si oppongono allo strappo
e al bussare della marea,
e i sassolini si mescolano dopo il risucchio
e il gabbiano si ferma
un istante nel suo volo verticale.
Lontane come semi fluttuanti le navi
divergono in urgenti volontarie missioni
e questa vista piena
può davvero penetrare la memoria
come adesso queste nuvole fanno,
superando lo specchio del porto
e tutta l’estate al passo lento dell’acqua.
(traduzione di Corinzia Monforte)
L’associazione con gli stranieri che sbarcano sulla nostre coste è tristemente d’obbligo.
La “Filosofia dell’amore” di Percy Bysshe Shelley
La “Filosofia dell’amore” di Percy Bysshe Shelley descrive l’amore come entità universale, una forza che appartiene alla natura e anima la vita. Secondo Shelley tutto tende alla dualità, niente è single in natura, nulla che sia vivo è solitario, l’unione è la tendenza e la realizzazione della vita stessa.
Love’s Philosophy
by P.B. Shelley
The fountains mingle with the river
And the rivers with the Ocean,
The winds of Heaven mix for ever
With a sweet emotion;
Nothing in the world is single;
All things by a law divine
in one spirit meet and mingle.
Why not I with thine?–
See the mountains kiss high Heaven
And the waves clasp one another;
No sister-flower would be forgiven
If it disdained its brother;
And the sunlight clasps the earth
And the moonbeams kiss the sea:
What is all this sweet work worth
If thou kiss not me?
“Filosofia dell’amore” - Percy Bysshe Shelley(Traduzione di Corinzia Monforte)
Le sorgenti si mescolano al fiume,
e i fiumi all’oceano,
i venti celesti si mischiano incessantemente
con dolce turbamento;
perché no tu ed io?
Vedi! Le montagne baciano il cielo,
e le onde si afferrano tra loro;
nessun fiore-sorella sarebbe perdonato
se disdegnasse il di lei fratello; e la luce del sole afferra la terra
e i raggi della luna baciano il mare;
cosa vale tutto questo
se tu non baci me?
Love’s Philosophy
by P.B. Shelley
The fountains mingle with the river
And the rivers with the Ocean,
The winds of Heaven mix for ever
With a sweet emotion;
Nothing in the world is single;
All things by a law divine
in one spirit meet and mingle.
Why not I with thine?–
See the mountains kiss high Heaven
And the waves clasp one another;
No sister-flower would be forgiven
If it disdained its brother;
And the sunlight clasps the earth
And the moonbeams kiss the sea:
What is all this sweet work worth
If thou kiss not me?
The Hollow Men - T.S.Eliot
In un mondo popolato da uomini vuoti il mondo finirà "non con uno scoppio, ma con un piagnucolio"
GLI UOMINI VUOTI
- Un centesimo per il vecchio Guy
Noi siamo gli uomini vuoti
Noi siamo gli uomini impagliati
Che si appoggiano l’uno sull’altro
Le teste imbottite di paglia. Ohimè!
Le nostre voci aride, quando
Sussurriamo insieme
Sono quiete e senza significato
Come vento nell’erba asciutta
O le zampe dei topi sopra il vetro rotto
Nelle nostra arida cantina
Sagoma senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto senza movimento;
Quelli che hanno attraversato
Con occhi diretti, l’altro regno di morte
Ci ricordano –almeno – non come perdute
Anime violente, ma soltanto
Come uomini vuoti
Gli uomini impagliati.
II
Occhi che non oso incontrare nei sogni
Nel regno di sogno della morte
Questi non appaiono.
Lì gli occhi sono
Luce del sole su una colonna infranta
Lì, vi è un albero che oscilla
E vi sono voci
Che cantano nel vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si dilegua.
Fa che io non sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Fa che io indossi
Travestimenti scelti come un
Cappotto di topo, pelle di corvo, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino.
Non quell’incontro finale
Nel regno del crepuscolo
III
Questa é la terra morta
Questa è la terra del cactus
Qui immagini di pietra
Sono erette, qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si dilegua.
E’ così
Nell’altro regno di morte
Ci si risveglia da soli
Nell’ora in cui stiamo
Tremando di tenerezza
Labbra che vorrebbero baciare
Pregano la pietra infranta.
IV
Gli occhi non sono qui
Qui non ci sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella rotta dei nostri perduti regni
In questo ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Ed evitiamo di parlare
Riuniti in questa spiaggia del tumido fiume
Senza vista, se non per
Occhi che riappaiono
Come la stella perpetua
Rosa dalle molte foglie
Del crepuscolare regno della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti
V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.
Tra l’idea
E la realtà
Tra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra
Perché Tuo è il Regno
Tra il concetto
E la creazione
Tra l’emozione
E la risposta
Cade l’ombra.
La vita é molto lunga.
Tra il desiderio
E lo spasmo
Tra la potenza
E l’esistenza
Tra l’essenza
E la discesa
Cade l’Ombra
Perché Tuo é il Regno
Perché Tuo è
La vita é
Perché Tuo è
Questo è il modo in cui finisce il mondo
Questo è il modo in cui finisce il mondo
Questo è il modo in cui finisce il mondo
Non con uno scoppio ma con un piagnucolio.
(traduzione di Corinzia Monforte)
THE HOLLOW MEN
A penny for the Old Guy
I
We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!
Our dried voices, when
We whisper together
Are quiet and meaningless
As wind in dry grass
Or rats’ feet over broken glass
In our dry cellar
Shape without form, shade without colour,
Paralysed force, gesture without motion;
Those who have crossed
With direct eyes, to death’s other Kingdom
Remember us - if at all - not as lost
Violent souls, but only
As the hollow men
The stuffed men.
II
Eyes I dare not meet in dreams
In death’s dream kingdom
These do not appear:
There, the eyes are
Sunlight on a broken column
There, is a tree swinging
And voices are
In the wind’s singing
More distant and more solemn
Than a fading star.
Let me be no nearer
In death’s dream kingdom
Let me also wear
Such deliberate disguises
Rat’s coat, crowskin, crossed staves
In a field
Behaving as the wind behaves
No nearer -
Not that final meeting
In the twilight kingdom
III
This is the dead land
This is cactus land
Here the stone images
Are raised, here they receive
The supplication of a dead man’s hand
Under the twinkle of a fading star.
Is it like this
In death’s other kingdom
Waking alone
At the hour when we are
Trembling with tenderness
Lips that would kiss
Form prayers to broken stone.
IV
The eyes are not here
There are no eyes here
In this valley of dying stars
In this hollow valley
This broken jaw of our lost kingdoms
In this last of meeting places
We grope together
And avoid speech
Gathered on this beach of the tumid river
Sightless, unless
The eyes reappear
As the perpetual star
Multifoliate rose
Of death’s twilight kingdom
The hope only
Of empty men.
V
Here we go round the prickly pear
Prickly pear prickly pear
Here we go round the prickly pear
At five o’clock in the morning.
Between the idea
And the reality
Between the motion
And the act
Falls the Shadow
For Thine is the Kingdom
Between the conception
And the creation
Between the emotion
And the response
Falls the Shadow
Life is very long
Between the desire
And the spasm
Between the potency
And the existence
Between the essence
And the descent
Falls the Shadow
For Thine is the Kingdom
For Thine is
Life is
For Thine is the
This is the way the world ends
This is the way the world ends
This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.
I Hear America Singing - Walt Whitman
Walt Whitman è il poeta degli Americani. Ecco un inno alla sua terra, osservata ed ascoltata attraverso la gente intorno a lui...
Sento l’America cantare
Sento l’America cantare, vari canti sento,
Quelli dei meccanici, ognuno che canta il suo come se dovesse
essere felice e forte
Quello del falegname che canta il suo mentre misura la sua tavola o la trave
Il muratore che canta il suo mentre si prepara al lavoro o
finisce di lavorare
Il barcaiolo che canta quello che gli appartiene nella sua barca, il
mozzo che canta sul ponte del vaporetto
Il calzolaio che canta seduto sulla panca, il cappellaio che canta in
piedi
La canzone del taglialegna , il ragazzo che lavora alla fattoria che
si accinge al lavoro di mattina, o nell’intervallo di
mezzogiorno o al tramonto del sole
il delizioso canto della madre o della giovane moglie al lavoro, o
della ragazza che cuce o lava
ognuno che canta quello che gli o le appartiene e nessun altro,
il giorno ciò che appartiene al giorno - la notte le comitive di
ragazzi robusti e simpatici
che cantano a squarciagola le loro forti e melodiose canzoni.
(traduzione di Corinzia Monforte)
I Hear America Singing
I hear America singing, the varied carols I hear,
Those of mechanics, each one singing his as it should be blithe
and strong,
The carpenter singing his as he measures his plank or beam,
The mason singing his as he makes ready for work, or leaves off
work,
The boatman singing what belongs to him in his boat, the deck-
hand singing on the steamboat deck,
The shoemaker singing as he sits on his bench, the hatter singing
as he stands,
The woodcutter’s song, the ploughboy’s on his way in the morn-
ing, or at noon intermission or at sundown,
The delicious singing of the mother, or of the young wife at work,
or of the girl sewing or washing,
Each singing what belongs to him or her and to none else,
The day what belongs to the day—at night the party of young
fellows, robust, friendly,
Singing with open mouths their strong melodious songs.
Sento l’America cantare
Sento l’America cantare, vari canti sento,
Quelli dei meccanici, ognuno che canta il suo come se dovesse
essere felice e forte
Quello del falegname che canta il suo mentre misura la sua tavola o la trave
Il muratore che canta il suo mentre si prepara al lavoro o
finisce di lavorare
Il barcaiolo che canta quello che gli appartiene nella sua barca, il
mozzo che canta sul ponte del vaporetto
Il calzolaio che canta seduto sulla panca, il cappellaio che canta in
piedi
La canzone del taglialegna , il ragazzo che lavora alla fattoria che
si accinge al lavoro di mattina, o nell’intervallo di
mezzogiorno o al tramonto del sole
il delizioso canto della madre o della giovane moglie al lavoro, o
della ragazza che cuce o lava
ognuno che canta quello che gli o le appartiene e nessun altro,
il giorno ciò che appartiene al giorno - la notte le comitive di
ragazzi robusti e simpatici
che cantano a squarciagola le loro forti e melodiose canzoni.
(traduzione di Corinzia Monforte)
I Hear America Singing
I hear America singing, the varied carols I hear,
Those of mechanics, each one singing his as it should be blithe
and strong,
The carpenter singing his as he measures his plank or beam,
The mason singing his as he makes ready for work, or leaves off
work,
The boatman singing what belongs to him in his boat, the deck-
hand singing on the steamboat deck,
The shoemaker singing as he sits on his bench, the hatter singing
as he stands,
The woodcutter’s song, the ploughboy’s on his way in the morn-
ing, or at noon intermission or at sundown,
The delicious singing of the mother, or of the young wife at work,
or of the girl sewing or washing,
Each singing what belongs to him or her and to none else,
The day what belongs to the day—at night the party of young
fellows, robust, friendly,
Singing with open mouths their strong melodious songs.
A VALEDICTION: FORBIDDING MOURNING - John Donne
John Donne (1572-1631) è il più eminente rappresentante della poesia metafisica, filone poetico che nasce in seno al Rinascimento inglese e incredibilmente anticipa la tendenza al simbolo e all’analogia tipica della poesia moderna.
In “A Valediction: Forbidding Mourning”, il poeta vede l’atto d’addio come la naturale estensione di se stesso verso l’oggetto del suo amore. La sua amata è come la punta fissa di un compasso da cui l’asta , l’io del poeta, non si può allontanare.
A VALEDICTION: FORBIDDING MOURNING
As virtuous men pass mildly away,
And whisper to their souls, to go,
Whilst some of their sad friends do say,
The breath goes now, and some say, no:
So let us melt, and make no noise,
No tear-floods, nor sigh-tempests move,
‘Twere profanation of our joys
To tell the laity our love.
Moving of th’ earth brings harms and fears,
Men reckon what it did and meant,
But trepidation of the spheres,
Though greater far, is innocent.
Dull sublunary lovers love
(Whose soul is sense) cannot admit
Absence, because it doth remove
Those things which elemented it.
But we by a love, so much refin’d,
That our selves know not what it is,
Inter-assured of the mind,
Care less, eyes, lips, and hands to miss.
Our two souls therefore, which are one,
Though I must go, endure not yet
A breach, but an expansion,
Like gold to airy thinness beat.
If they be two, they are two so
As stiff twin compasses are two,
Thy soul the fixed foot, makes no show
To move, but doth, if th’ other do.
And though it in the centre sit,
Yet when the other far doth roam,
It leans, and hearkens after it,
And grows erect, as it comes home.Such wilt thou be to me, who must
Like th’ other foot, obliquely run;
Thy firmness makes my circle just,
And makes me end, where I begun.
________________________________
UNA PARTENZA: VIETATO PIANGERE
Come gli uomini virtuosi se ne vanno quieti ,
e sussurrano alle loro anime di andare
mentre alcuni dei loro tristi amici dicono
“il respiro se ne va adesso” ed altri dicono di no,
così sciogliamoci senza far rumore,
senza fiumi di lacrime, ne’ tempestosi terremoti di sospiri,
sarebbe una profanazione delle nostre gioie
dire che il nostro amore è mondano.
I movimenti della terra portano dolori e paure,
gli uomini ne riconoscono l’essenza ed il significato,
ma la trepidazione delle sfere,
anche se di gran lunga più grande, è innocente.
L’amore degli ottusi amanti sublunari
(la cui anima è senso) non può ammettere
l’assenza, perché essa rimuove
quelle cose che l’hanno generata.
Ma a noi con un amore, così raffinato,
che noi stessi non sappiamo cosa sia,
vicendevolmente sicuri della mente,
importa meno di occhi, labbra e mani che mancano.
Le nostre due anime perciò, che sono una,
anche se io devo andare non soffrono in verità
una separazione, ma un’espansione,
come oro battuto che si allarga aereo.
Se devono essere due, sono due così
come le aste gemelle del compasso sono due,
la tua anima il piede fisso, non mostra
di muoversi, ma lo fa, se l’altra lo fa.
Ed anche se essa sta al centro,
quando l’altra gira lontano,
essa si piega, e si protende verso l’altra,
e diventa eretta, quando ritorna a casa.
Così saremo tu ed io, che devo
come l’altro piede, correre obliquamente;
la tua fermezza rende il mio cerchio perfetto,
e mi fa finire, dove io ho avuto inizio.
(traduzione di Corinzia Monforte)
In “A Valediction: Forbidding Mourning”, il poeta vede l’atto d’addio come la naturale estensione di se stesso verso l’oggetto del suo amore. La sua amata è come la punta fissa di un compasso da cui l’asta , l’io del poeta, non si può allontanare.
A VALEDICTION: FORBIDDING MOURNING
As virtuous men pass mildly away,
And whisper to their souls, to go,
Whilst some of their sad friends do say,
The breath goes now, and some say, no:
So let us melt, and make no noise,
No tear-floods, nor sigh-tempests move,
‘Twere profanation of our joys
To tell the laity our love.
Moving of th’ earth brings harms and fears,
Men reckon what it did and meant,
But trepidation of the spheres,
Though greater far, is innocent.
Dull sublunary lovers love
(Whose soul is sense) cannot admit
Absence, because it doth remove
Those things which elemented it.
But we by a love, so much refin’d,
That our selves know not what it is,
Inter-assured of the mind,
Care less, eyes, lips, and hands to miss.
Our two souls therefore, which are one,
Though I must go, endure not yet
A breach, but an expansion,
Like gold to airy thinness beat.
If they be two, they are two so
As stiff twin compasses are two,
Thy soul the fixed foot, makes no show
To move, but doth, if th’ other do.
And though it in the centre sit,
Yet when the other far doth roam,
It leans, and hearkens after it,
And grows erect, as it comes home.Such wilt thou be to me, who must
Like th’ other foot, obliquely run;
Thy firmness makes my circle just,
And makes me end, where I begun.
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UNA PARTENZA: VIETATO PIANGERE
Come gli uomini virtuosi se ne vanno quieti ,
e sussurrano alle loro anime di andare
mentre alcuni dei loro tristi amici dicono
“il respiro se ne va adesso” ed altri dicono di no,
così sciogliamoci senza far rumore,
senza fiumi di lacrime, ne’ tempestosi terremoti di sospiri,
sarebbe una profanazione delle nostre gioie
dire che il nostro amore è mondano.
I movimenti della terra portano dolori e paure,
gli uomini ne riconoscono l’essenza ed il significato,
ma la trepidazione delle sfere,
anche se di gran lunga più grande, è innocente.
L’amore degli ottusi amanti sublunari
(la cui anima è senso) non può ammettere
l’assenza, perché essa rimuove
quelle cose che l’hanno generata.
Ma a noi con un amore, così raffinato,
che noi stessi non sappiamo cosa sia,
vicendevolmente sicuri della mente,
importa meno di occhi, labbra e mani che mancano.
Le nostre due anime perciò, che sono una,
anche se io devo andare non soffrono in verità
una separazione, ma un’espansione,
come oro battuto che si allarga aereo.
Se devono essere due, sono due così
come le aste gemelle del compasso sono due,
la tua anima il piede fisso, non mostra
di muoversi, ma lo fa, se l’altra lo fa.
Ed anche se essa sta al centro,
quando l’altra gira lontano,
essa si piega, e si protende verso l’altra,
e diventa eretta, quando ritorna a casa.
Così saremo tu ed io, che devo
come l’altro piede, correre obliquamente;
la tua fermezza rende il mio cerchio perfetto,
e mi fa finire, dove io ho avuto inizio.
(traduzione di Corinzia Monforte)
To Autumn - John Keats
L’autunno evoca nell’immaginario collettivo un senso di lenta tristezza che accompagna il finire delle cose. Non è del tutto così per John Keats, poeta di cui ci si innamora, non tanto perché il suo esser morto a soli 26anni lo ha lasciato per sempre giovane e bello, ma per l’intensità della sua poesia, capace di esprimere sensazioni forti attraverso la delicata bellezza delle sue parole.
Keats è considerato il vero padre dell’estetismo, perché gustando la vita nella sua pienezza fu capace di renderne il senso.
Teorico della discussa negative capability, Keats ritiene che perfino le negatività della vita vadano godute con un positivo senso del piacere. Ecco allora che la stagione del declino e dello squallore in lui diventa stagione di sensuale abbondanza, ed il consueto grigio autunno si colora della varietà dei suoi frutti.
All’autunno
Stagione di foschie e di succosi frutti,
intimo amico del sole che matura,
che cospira con lui su come caricare e benedire
di frutta le viti che circondano le grondaie;
piegare di mele gli alberi dei cottage muscosi,
e riempire i frutti di sapore forte fino al nocciolo;
gonfiare la zucca, e maturare i gusci delle nocciole
con un dolce nocciolo; e far fiorire ancora,
ed ancora, i fiori tardivi per le api,
affinché esse pensino che i giorni caldi non finiranno mai,
perché l’estate ha reso stracolme le loro celle appiccicose.
Chi non ti ha visto spesso tra la tua abbondanza?
A volte chiunque si guardi intorno può trovarti
Seduto spensierato sul pavimento di un granaio,
i capelli morbidi sollevati dal vento che li divide;
o su un solco mietuto a metà mentre dormi profondamente;
addormentato sotto i fumi dei papaveri, mentre la tua falce
risparmia la prossima fila di grano e tutti i suoi fiori intrecciati;
e a volte come un mietitore che tieni
ferma la testa carica di pesi attraverso il torrente;
o presso un torchio da sidro, con sguardo paziente,
che guardi le ultime ore gocciolanti, ora per ora.
Dove sono le canzoni della primavera? Ah, dove sono?
Non pensare a loro, tu pure hai la tua musica,
mentre le nuvole serrate fanno sbocciare il giorno che muore dolcemente,
e toccano le pianure di stoppie di una tinta rosea;
allora in un corale lamento i moscerini gemono
tra i salici piangenti del fiume, portati in alto
o affondati mentre un vento leggero vive o muore;
ed agnelli ben pasciuti belano dalle lontane colline;
i grilli di siepe cantano; e adesso con un dolce stridulo
il pettirosso fischia dal recinto di un giardino
e chiama insieme i passeri che cinguettano nel cielo.
(traduzione di Corinzia Monforte)
To Autumn
Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun,
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eaves run;
To bend with apples the mossed cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For Summer has o’er-brimmed their clammy cells.
Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reaped furrow sound asleep,
Drowsed with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers;
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cider-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.
Where are the songs of Spring? Ay, where are they?
Think not of them, thou hast thy music too—
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble-plains with rosy hue:
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breast whistles from a garden croft;
And gathering swallows twitter in the skies.
Keats è considerato il vero padre dell’estetismo, perché gustando la vita nella sua pienezza fu capace di renderne il senso.
Teorico della discussa negative capability, Keats ritiene che perfino le negatività della vita vadano godute con un positivo senso del piacere. Ecco allora che la stagione del declino e dello squallore in lui diventa stagione di sensuale abbondanza, ed il consueto grigio autunno si colora della varietà dei suoi frutti.
All’autunno
Stagione di foschie e di succosi frutti,
intimo amico del sole che matura,
che cospira con lui su come caricare e benedire
di frutta le viti che circondano le grondaie;
piegare di mele gli alberi dei cottage muscosi,
e riempire i frutti di sapore forte fino al nocciolo;
gonfiare la zucca, e maturare i gusci delle nocciole
con un dolce nocciolo; e far fiorire ancora,
ed ancora, i fiori tardivi per le api,
affinché esse pensino che i giorni caldi non finiranno mai,
perché l’estate ha reso stracolme le loro celle appiccicose.
Chi non ti ha visto spesso tra la tua abbondanza?
A volte chiunque si guardi intorno può trovarti
Seduto spensierato sul pavimento di un granaio,
i capelli morbidi sollevati dal vento che li divide;
o su un solco mietuto a metà mentre dormi profondamente;
addormentato sotto i fumi dei papaveri, mentre la tua falce
risparmia la prossima fila di grano e tutti i suoi fiori intrecciati;
e a volte come un mietitore che tieni
ferma la testa carica di pesi attraverso il torrente;
o presso un torchio da sidro, con sguardo paziente,
che guardi le ultime ore gocciolanti, ora per ora.
Dove sono le canzoni della primavera? Ah, dove sono?
Non pensare a loro, tu pure hai la tua musica,
mentre le nuvole serrate fanno sbocciare il giorno che muore dolcemente,
e toccano le pianure di stoppie di una tinta rosea;
allora in un corale lamento i moscerini gemono
tra i salici piangenti del fiume, portati in alto
o affondati mentre un vento leggero vive o muore;
ed agnelli ben pasciuti belano dalle lontane colline;
i grilli di siepe cantano; e adesso con un dolce stridulo
il pettirosso fischia dal recinto di un giardino
e chiama insieme i passeri che cinguettano nel cielo.
(traduzione di Corinzia Monforte)
To Autumn
Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun,
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eaves run;
To bend with apples the mossed cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For Summer has o’er-brimmed their clammy cells.
Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reaped furrow sound asleep,
Drowsed with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers;
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cider-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.
Where are the songs of Spring? Ay, where are they?
Think not of them, thou hast thy music too—
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble-plains with rosy hue:
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breast whistles from a garden croft;
And gathering swallows twitter in the skies.
Shakespeare e il Natale
Che Shakespeare non amasse il Natale si può dedurre dal fatto che nelle sue numerose opere, dove affronta i più disparati temi dell’umanità, non parli di quella che è la più importante festività del mondo occidentale.
Tra i rari stralci dove si trova qualcosa che è attinente all’argomento, ne troviamo uno nell’Atto I, Scena I, dell’Amleto in cui compare il fantasma del padre del dubbioso protagonista.
Ma nella “Dodicesima Notte”, l’allusione al Natale si presenta addirittura nel titolo.
Il titolo di questa commedia trae origine dalla notte dell’Epifania, che precisamente corrisponde al dodicesimo giorno dopo il Natale. A questa festività, che nel nostro immaginario é rappresentata dalla Befana, l’Inghilterra è legata storicamente da una serie di tradizioni e relative superstizioni come quella secondo cui la dodicesima notte è il termine che segna la fine delle feste invernali (che iniziano con Halloween) e di conseguenza è il giorno entro cui vanno tolti gli addobbi natalizi se non si vuole incorrere in successivo eventi sfortunati.
Comunque la commedia di Shakespeare, a parte il titolo, ha di certo ben poco di natalizio se non il tempo in cui pare sia ambientata la trama. Racconta infatti di due gemelli che in seguito ad un naufragio si separano e da lì incorrono in scambi di identità che conducono la commedia a ilari situazioni e battute introdotte attraverso la metateatralità.
Non è una di quelle opere che ci colpisce e ci piace per come ci colpiscono e ci piacciono le opere di Shakespeare. C’è qui, a mio avviso, uno Shakespeare minore che fa pensare tout court alle commedie di Plauto, e non quello dei grandi personaggi che si trovano -oltre che nelle tragedie- anche nelle commedie.
Il motivo per cui questa festività non gli piacesse, non ci è chiaro. Ma con un po’ di azzardo storico si potrebbe argomentare che il giorno del natale coincidesse con quello del compleanno della moglie, Anne Hathaway, da lui mai amata.
Tra i rari stralci dove si trova qualcosa che è attinente all’argomento, ne troviamo uno nell’Atto I, Scena I, dell’Amleto in cui compare il fantasma del padre del dubbioso protagonista.
“Some say that ever ‘gainst that season comes
Wherein our Saviour’s birth is celebrated,
The bird of dawning singeth all night long:
And then, they say, no spirit dare stir abroad;
The nights are wholesome; then no planets strike,
No fairy takes, nor witch hath power to charm,
So hallowed and so gracious is the time”.
“Alcuni dicono che quando si avvicina la stagione(Hamlet, Act I, Sc. I)
in cui si celebra la nascita del nostro Salvatore,
l’uccello dell’alba canti tutta la notte:
ed allora, dicono, nessuno spirito osa muoversi intorno;
le notti sono salubri; e nessun pianeta si accende.
Nessuna fata ti prende, e nessuna strega ha il potere di incantare
talmente santo e benigno è il giorno”
Se andiamo a scandagliare i sonetti, nemmeno lì troviamo alcuna luce del Natale, quasi il bardo di Stratford lo schivasse come qualcosa di assolutamente non degno di poesia.
(traduzione di Corinzia Monforte)
Ma nella “Dodicesima Notte”, l’allusione al Natale si presenta addirittura nel titolo.
Il titolo di questa commedia trae origine dalla notte dell’Epifania, che precisamente corrisponde al dodicesimo giorno dopo il Natale. A questa festività, che nel nostro immaginario é rappresentata dalla Befana, l’Inghilterra è legata storicamente da una serie di tradizioni e relative superstizioni come quella secondo cui la dodicesima notte è il termine che segna la fine delle feste invernali (che iniziano con Halloween) e di conseguenza è il giorno entro cui vanno tolti gli addobbi natalizi se non si vuole incorrere in successivo eventi sfortunati.
Comunque la commedia di Shakespeare, a parte il titolo, ha di certo ben poco di natalizio se non il tempo in cui pare sia ambientata la trama. Racconta infatti di due gemelli che in seguito ad un naufragio si separano e da lì incorrono in scambi di identità che conducono la commedia a ilari situazioni e battute introdotte attraverso la metateatralità.
Non è una di quelle opere che ci colpisce e ci piace per come ci colpiscono e ci piacciono le opere di Shakespeare. C’è qui, a mio avviso, uno Shakespeare minore che fa pensare tout court alle commedie di Plauto, e non quello dei grandi personaggi che si trovano -oltre che nelle tragedie- anche nelle commedie.
Il motivo per cui questa festività non gli piacesse, non ci è chiaro. Ma con un po’ di azzardo storico si potrebbe argomentare che il giorno del natale coincidesse con quello del compleanno della moglie, Anne Hathaway, da lui mai amata.
Quando un uomo non ha la libertà
George Gordon Lord Byron (1788-1824) è non è un poeta di grandezza equiparabile a quella dei suoi contemporanei Shelley e Keats , ma è di certo una delle figure romantiche più affascinanti, in quanto antesignano del dandismo e dello snobismo inglese e perché con la sua vita rappresenta la perfetta personificazione dell’eroe romantico.
Bello, ribelle e anticonformista fu costretto a lasciare l’Inghilterra per una serie di scandali che lo coinvolsero personalmente e che non aveva nemmeno cercato di camuffare fedele com’era alla religione della libertà. Visse anche in Italia, dove aderì alla Carboneria ed in seguito si arruolò per combattere in favore dell ’indipendenza della Grecia dove morì a trentasei anni. Questa poesia è il suo credo:
Quando un uomo non deve lottare
Quando un uomo non deve lottare per la libertà in patria
Lasciate che combatta per quella in favore dei suoi vicini;
Lasciategli pensare alla gloria della Grecia e di Roma,
e che sia colpito sulla testa per le sue imprese.
Fare del bene all’umanità è un piano cavalleresco,
ed è sempre nobilmente ricompensato;
Quindi combatti per la libertà ovunque tu sia,
e, se non ti sparano o ti impiccano, sarai fatto cavaliere.
(traduzione di Corinzia Monforte)
Bello, ribelle e anticonformista fu costretto a lasciare l’Inghilterra per una serie di scandali che lo coinvolsero personalmente e che non aveva nemmeno cercato di camuffare fedele com’era alla religione della libertà. Visse anche in Italia, dove aderì alla Carboneria ed in seguito si arruolò per combattere in favore dell ’indipendenza della Grecia dove morì a trentasei anni. Questa poesia è il suo credo:
When a Man Hath No Freedom
When a man hath no freedom to fight for at home,
Let him combat for that of his neighbors;
Let him think of the glories of Greece and of Rome,
And get knocked on his head for his labors.
To do good to mankind is the chivalrous plan,
And is always as nobly requited;
Then battle for freedom wherever you can,
And, if not shot or hanged, you’ll get knighted.
Quando un uomo non deve lottare
Quando un uomo non deve lottare per la libertà in patria
Lasciate che combatta per quella in favore dei suoi vicini;
Lasciategli pensare alla gloria della Grecia e di Roma,
e che sia colpito sulla testa per le sue imprese.
Fare del bene all’umanità è un piano cavalleresco,
ed è sempre nobilmente ricompensato;
Quindi combatti per la libertà ovunque tu sia,
e, se non ti sparano o ti impiccano, sarai fatto cavaliere.
(traduzione di Corinzia Monforte)
To a Skylark - Percy Bysshe Shelley
L’ode Ad un’Allodola di Percy Bysshe Shelley (1792-1822) esprime la meraviglia umana di fronte al canto di un uccello che simboleggia l’arte , fonte di piacere, che può essere creata solo da chi, come l’allodola ha l’animo sgombro da sentimenti negativi.
Gli ultimi versi dell’ode riassumono proprio questo concetto:
(traduzione di Corinzia Monforte)
Gli ultimi versi dell’ode riassumono proprio questo concetto:
…
“Yet if we could scorn
Hate, and pride, and fear;
If we were things born
Not to shed a tear,
I know not how thy joy we ever should come near.
Better than all measures
Of delightful sound,
Better than all treasures
That in books are found,
Thy skill to poet were, thou scorner of the ground!Teach me half the gladness
That thy brain must know,
Such harmonious madness
From my lips would flow
The world should listen then - as I am listening now!”
“Eppure se potessimo disprezzare
l’odio, l’orgoglio e la paura
Se fossimo delle cose nate
Non per spargere lacrime
Io non so come la tua gioia ci potrebbe mai venire vicina.
Meglio di tutte le musiche
Di suono piacevole,
Meglio di tutti i tesori
Che si trovano sui libri,
E’ la tua arte per il poeta, tu dispregiatrice della terra!
Insegnami metà della tua letizia
Che la tua mente deve conoscere;
Una tale folle armonia
Dalle mie labbra scorrerebbe
che il mondo starebbe ad ascoltare- come ascolto io adesso!”
(traduzione di Corinzia Monforte)
Ai poeti inglesi della seconda generazione romantica (Byron, Shelley, Keats) l’Italia appariva come una terra emanante pathos in ogni dove. L’Italia dell’immaginario collettivo anglosassone da sempre luogo delle emozioni più pure, delle passioni più selvagge, delle sensazioni forti, il regno delle più grandi virtù e della più grande indulgenza, terra di corruzione e di libertinismo, di affari tragici e di violenza assurda, per i romantici inglesi non era altro che bella, selvaggia e bella. I romantici si sa, amavano i toni accesi, ma nei confronti dell’Italia avevano una vera e propria venerazione.
E’ sintomatico di questa ammirazione il fatto che tutti e tre, Byron, Shelley, e Keats, abbiano trascorso gli anni più importanti della loro vita proprio in Italia.
Qui infatti visse gli anni più felici, dopo esser fuggito dall’Inghilterra che lo aveva ostracizzato per gli scandali che lo avevano coinvolto, George Gordon Lorod Byron. E proprio in Italia morirono Percy Bysshe Shelley e John Keats. Il primo in mare, al largo di La Spezia in ritorno da Livorno dove aveva incontrato l’amico Byron, e l’altro a Roma nella sua casa a Trinità dei Monti.
L’Italia era per questi romantici la culla di una civiltà che, deteriorata irrimediabilmente dal tempo, rimaneva ancora viva e visibile nelle città monumento dell’arte medievale come Venezia e Ravenna, che al contrario di Firenze e Roma si erano lasciate sopraffare dal corrotto Rinascimento.
Byron si rivolge direttamente all’Italia in questi versi tratti dal “Pellegrinaggio del Giovane Harold” (“Childe Haroln Pilgrimage”)
E’ sintomatico di questa ammirazione il fatto che tutti e tre, Byron, Shelley, e Keats, abbiano trascorso gli anni più importanti della loro vita proprio in Italia.
Qui infatti visse gli anni più felici, dopo esser fuggito dall’Inghilterra che lo aveva ostracizzato per gli scandali che lo avevano coinvolto, George Gordon Lorod Byron. E proprio in Italia morirono Percy Bysshe Shelley e John Keats. Il primo in mare, al largo di La Spezia in ritorno da Livorno dove aveva incontrato l’amico Byron, e l’altro a Roma nella sua casa a Trinità dei Monti.
L’Italia era per questi romantici la culla di una civiltà che, deteriorata irrimediabilmente dal tempo, rimaneva ancora viva e visibile nelle città monumento dell’arte medievale come Venezia e Ravenna, che al contrario di Firenze e Roma si erano lasciate sopraffare dal corrotto Rinascimento.
Byron si rivolge direttamente all’Italia in questi versi tratti dal “Pellegrinaggio del Giovane Harold” (“Childe Haroln Pilgrimage”)
I reached the Alps: the soul within me burned,
Italia, my Italia, at thy name:
And when from out the mountain’s heart I came
And saw the land for which my life had yearned,
I laughed as one who some great prize had earned:
And musing on the marvel of thy fame
I watched the day, till marked with wounds of flame
The turquoise sky to burnished gold was turned.
The pine-trees waved as waves a woman’s hair,
And in the orchards every twining spray
Was breaking into flakes of blossoming foam:
But when I knew that far away at Rome
In evil bonds a second Peter lay,
I wept to see the land so very fair.
Ho raggiunto le Alpi: l’anima dentro di me ardeva,(traduzione di Corinzia Monforte)
Italia, mia Italia, al tuo nome.
E quando fuori dai monti il mio cuore è uscito
e ho visto la terra per la quale la mia vita aveva bramato,
ho riso come chi ha vinto un grande premio:
ed ho ammirato le meraviglie della tua fama
ho osservato il giorno, finché ferite di fiamme
il turchese cielo splendente d’oro fecero.
I pini ondeggiavano come onde sui capelli di una donna,
e negli orti ogni serpeggiante spruzzo
si rompeva in fiocchi di schiuma fiorita:
ma quando seppi che lontano a Roma
nei vincoli del male un secondo Pietro stava,
piansi nel vedere una così meravigliosa terra.
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