sabato 11 marzo 2017

La cotta adolescenziale di Romeo per Giulietta

L’amore di Romeo per Giulietta, decantato dalla nostra cultura come il più grande, romantico e passionale degli amori, alla luce di un analisi più attenta del personaggio di Romeo, non può esimersi dal risultare che una tremenda cotta adolescenziale.
Chi innamorato di questo amore, ne ricerca nella realtà un correlativo oggettivo, magari senza il tragico finale, dimentica che Romeo si innamora della sua Giulietta appena qualche ora dopo aver lamentato il suo amore non contraccambiato per una certa Rosalina, assente fisicamente nel dramma, ma fortemente presente nel dialogo tra lui e il cugino Benvolio che vorrebbe invitarlo a dimenticare nella fase iniziale della tragedia:
“L’amore è fumo creato dai sospiri degli amanti;
se è dissipato è fuoco che scintilla negli occhi degli amanti;
se è sofferto è un mare che si riempie delle lacrime degli amanti.
Che cos’altro è? Una pazzia silenziosissima,
un’amarezza che soffoca, una dolcezza che si conserva dentro … […]
Toh, mi sono perso, io non sono qui.
Questo non è Romeo, Romeo è da qualche altra parte. […]
Oh, insegnami a dimenticare […]
Colui che è colpito da cecità non può dimenticare
Il tesoro prezioso della vista perduta.
Mostrami una donna che sia più bella;
non servirà che come suggerimento
in cui rivedrò colei che è di gran lunga più bella …
Addio, tu non puoi insegnarmi a dimenticare
La figura di Rosalina, ritorna successivamente nel secondo atto, quando Romeo è rimproverato da Frate Lorenzo che mette in luce la natura superficiale dei suoi precedenti sentimenti per questa ex:
“San Francesco! Che cosa è questo cambiamento?
Rosalina, che tu amavi così devotamente
l’hai dimenticata così presto?L’amore dei giovani non sta
veramente nel loro cuore ma nei loro occhi.[…]
Ma vieni con me, ragazzo volubile…”
Ma non è soltanto volubile, Romeo è intelligente, arguto e capace di battute spinte; é un giovane alla ricerca di emozioni forti, senza capacità di moderazione in ogni sua manifestazione e non solo nel suo amore per Giulietta: si introduce furtivamente in casa Capuleti solo per sbirciare la nuova fiamma, uccide Tebaldo – cugino della già moglie- in un momento d’ira, e credendo Giulietta morta finisce col suicidarsi solo per non aver aspettato ancora un po’ il suo risveglio.
Romeo è anche un lettore di poesie d’amore e questo facilmente porta a dedurre che nella sua ricerca tipicamente giovanile del grande amore, abbia cercato di emulare l’amore ideale dei sonetti tanto in voga all’epoca e che quindi sia stato fortemente influenzato da quel tipo di letture.
Dunque quello che nei secoli è stato immaginato come il più grande degli amori é solo impetuosità giovanile che già nell’età elisabettiana era conosciuto ed identificato con un nome specifico: “calf love” o “amore di sbarbatello”.
E Shakespeare ne dà un esempio nel personaggio di Romeo: un adolescente che solo per aver preso una cotta, in soli quattro giorni fa scoppiare un putiferio. Con la temerarietà tipica dei ragazzini.

L'ultimo sonetto di Shakespeare

I sonetti di Shakespeare dal 127 in poi raccontano dell’amore tormentato del poeta per una dark lady. Ecco l’ultimo, il sonetto 154:
The little Love-god lying once asleep
Laid by his side his heart-inflaming brand,
Whilst many nymphs that vow’d chaste life to keep
Came tripping by; but in her maiden hand
The fairest votary took up that fire
Which many legions of true hearts had warm’d;
And so the general of hot desire
Was sleeping by a virgin hand disarm’d.
This brand she quenched in a cool well by,
Which from Love’s fire took heat perpetual,
Growing a bath and healthful remedy
For men diseased; but I, my mistress’ thrall,
Came there for cure, and this by that I prove,
Love’s fire heats water, water cools not love.
Una volta il piccolo dio dell’amore mentre era addormentato
pose accanto a lui la sua torcia che infiamma i cuori,
allorché molte nife che avevano giurato di mantenersi caste a vita,
si avvicinarono con passo leggero; ma con la sua mano verginale
la più bella di queste che avevano fatto voto prese quel fuoco
che molte legioni di cuori sinceri aveva riscaldato;
e così il generale del caldo desiderio
dormiva da una mano vergine disarmato.
Quest’arma infuocata ella spense in una fontana lì accanto,
che dal fuoco dell’amore il calore aveva reso perpetuo,
facendolo diventare un bagno ed un rimedio salutare,
per gli uomini malati; ma io, schiavo della mia donna,
andai lì per curarmi, e questo posso provare:
il fuoco dell’amore scalda l’acqua,
l’acqua non raffredda l’amore .
 Traduzione di Corinzia Monforte

Halloween raccontato da Harry Behn

Ecco (1898-1973), scrittore soprattutto di libri per bambini:
HALLOWEEN
di Harry Behn
Stanotte é la notte
quando le foglie morte volano
come streghe sui percorsi
del cielo.
Quando elfi e spiriti
attraversano la notte
alla bieca luce della luna.
Stanotte è la notte
quando le foglie emettono suoni
come uno gnomo a casa sua,
da sotto terra,
quando spettri e demoni
vengono fuori da buchi
muschiosi e verdi.
Stanotte é la notte
quando le zucche guardano
tra covoni e foglie
dappertutto
quando demoni divoratori di cadaveri, e fantasmi
e folle di spiriti maligni
danzano intorno alla loro regina.
E’ Halloween.
(traduzione di Corinzia Monforte)


HALLOWEEN

Tonight is the night
When dead leaves fly
Like witches on switches
Across the sky,
When elf and sprite
Flit through the night
On a moony sheen.
Tonight is the night
When leaves make a sound
Like a gnome in his home
Under the ground,
When spooks and trolls
Creep out of holes
Mossy and green.
Tonight is the night
When pumpkins stare
Through sheaves and leaves
Everywhere,
When ghouls and ghost
And goblin host
Dance round their queen.
It’s Halloween.

Ulalume - Edgar Allan Poe

Dal maestro del sovrannaturale un  poemetto ad un amore perduto, dove il protagonista si trova a passeggiare in un bosco ottobrino a parlare con Psiche - che qui rappresenta i suoi più nascosti pensieri - finché non si imbatte in una tomba...

E’ la tomba del suo amore: Ulalume, morta esattamente un anno prima, in un giorno come quello. Ulalume, proprio come la perduta Lenora di “The Raven”, non abbandona le tristi e macabre fantasie del poeta, così come il ricordo della moglie morta continuò a perseguitare nella vita reale i pensieri di Edgar Allan Poe.
Ulalume
”I cieli erano cinerei e tristi
Le foglie erano avvizzite e secche –
Le foglie erano stecchite e secche
Era di notte nel solitario ottobre
Del mio più immemorabile anno;
era freddo presso il velato lago di Hobre,
nel cuore della nebbiosa regione di Wer –
era giù verso l’umida palude di Hobre,
nel bosco infestato di spettri di Wer.
Qui una volta, in un Titanico cammino
Di cipressi, vagavo con la mia Anima –
Di cipressi, con Psiche, la mia Anima.
Quelli erano giorni in cui il mio cuore era vulcanico
Come avanzi di fiumi che precipitano –
Come la lava che senza posa precipita
Le sue correnti sulfuree giù per Yaniko
Nelle remote regioni del polo –
Che si lamenta mentre precipita giù dal monte Yaniko,
Nei reami del polo boreale.
Il nostro parlare era stato serio e triste
ma i nostri pensieri erano stentati e secchi –
I nostri ricordi erano ingannevoli e secchi –
Perché ignoravamo che il mese era di ottobre,
e non ricordavamo quale notte dell’anno –
(Ah, la notte delle notti dell’anno!)
non avevamo notato il velato lago di Hobre –
(Anche se una volta avevamo fatto un viaggio quaggiù)-
Non ricordavamo l’umida palude di Hobre,
ne’ il bosco di spettri di Wer.
Ed ora, mentre la notte era senescente
e il disegno delle stelle indicava il mattino –
alla fine del nostro sentiero un liquescente
e nebuloso luccichio nasceva,
da cui fuori un miracolosa luna crescente
sorgeva con la sua duplice punta-
l’adamantina luna crescente d’Astarte
distinta dalla sua duplice punta.
Ed io dissi – “E’ più calda di Diana:
precipita in un etere di sospiri –
Lei ha visto che le lacrime non si asciugano
Su queste guance, dove il verme non muore,
ed ha superato il segno del Leone
per indicarci il sentiero dei cieli –
verso la pace letea dei cieli –
é venuta su a dispetto del Leone
per brillare su di noi con i suoi occhi scintillanti -
é venuta su attraverso la tana del Leone
con Amore nei suoi occhi luminosi”.
Ma Psiche, sollevando il dito,
disse – “Tristemente di questa stella non mi fido –
del suo pallore stranamente io non mi fido -
Oh, presto! – Oh, non indugiamo!
Oh, fuggi! – fuggiamo!- perché dobbiamo-
Nel terrore parlò; lasciando affondare
Le ali fino a che si persero nella polvere-
Nell’agonia singhiozzò, lasciando affondare
le piume fino a che si persero nella polvere-
finché dolorosamente si persero nella polvere.
Risposi – “Questo non é che un sogno:
andiamo avanti con questa tremula luce!
bagnamoci in questa bianca luce!
Il suo splendore sibillino sta brillando
Di speranza e di Bellezza questa notte: -
Guarda! – svolazza su nel cielo attraverso la notte!
Ah, sicuri possiamo fidarci del suo chiarore,
ed esser sicuri che ci giuderà nel giusto,
finché svolazza su nel cielo attraverso la notte.”
Così placai Psiche e la baciai,
e la sottrassi al suo nero umore –
e conquistai le sue paure e il suo nero umore:
e superammo la fine del viale,
ed ecco fummo fermati dalla porta di una tomba;
dalla porta di una tomba dove si leggeva qualcosa:-
Ed io dissi – “Che cosa vi è scritto, dolce sorella,
sulla porta di questa tomba incisa?”
Lei rispose: — “Ulalume — Ulalume —
E’ la tomba della tua perduta Ulalume!”
Allora il mio cuore divenne cinereo e triste
Come le foglie che erano avvizzite e secche -
come le foglie che erano stecchite e secche –
E gridai – “Era sicuramente Ottobre
Proprio in questa notte dell’anno scorso
Che io venni in viaggio – venni in viaggio fin qui –
Che portai un tremendo fardello fin qui –
In questa notte di tutte le notti dell’anno,
Oh, quale demone mi ha tentato qui?
Be’ lo so, adesso, questo velato lago di Hobre –
il cuore di questa nebbiosa regione di Wer –
lo so bene, adesso, questa umida palude di Hobre,
nel bosco infestato da spettri di Wer”.
Disse noi, allora – noi due, allora – “Ah, può
Essere stato che gli spettri della foresta –
I pietosi e misericordiosi spettri-
per sbarrarci la strada ed interdirci
dal segreto che sta in queste lande –
dalla cosa che giace nascosta in queste lande -
abbiano tirato lo spettro di un pianeta
Dal limbo delle anime lunari -
In questo pianeta peccaminosamente scintillante,
Dall’inferno delle anime planetarie!"
(traduzione di Corinzia Monforte)


ULALUME
The skies they were ashen and sober;
The leaves they were crispéd and sere —
The leaves they were withering and sere;
It was night in the lonesome October
Of my most immemorial year;
It was hard by the dim lake of Auber,
In the misty mid region of Weir —
It was down by the dank tarn of Auber,
In the ghoul-haunted woodland of Weir.
Here once, through an alley Titanic,
Of cypress, I roamed with my Soul —
Of cypress, with Psyche, my Soul.
There were days when my heart was volcanic
As the scoriac rivers that roll —
As the lavas that restlessly roll
Their sulphurous currents down Yaanek
In the ultimate climes of the pole —
That groan as they roll down Mount Yaanek
In the realms of the boreal pole.
Our talk had been serious and sober,
But our thoughts they were palsied and sere —
Our memories were treacherous and sere —
For we knew not the month was October,
And we marked not the night of the year —
(Ah, night of all nights in the year!)
We noted not the dim lake of Auber —
(Though once we had journeyed down here) —
We remembered not the dank tarn of Auber,
Nor the ghoul-haunted woodland of Weir.
And now, as the night was senescent
And star-dials pointed to morn —
As the star-dials hinted of morn —
At the end of our path a liquescent
And nebulous lustre was born,
Out of which a miraculous crescent
Arose with a duplicate horn —
Astarte’s bediamonded crescent
Distinct with its duplicate horn.
And I said — “She is warmer than Dian:
She rolls through an ether of sighs —
She has seen that the tears are not dry on
These cheeks, where the worm never dies,
And has come past the stars of the Lion
To point us the path to the skies —
To the Lethean peace of the skies —
Come up, in despite of the Lion,
To shine on us with her bright eyes —
Come up through the lair of the Lion
With Love in her luminous eyes.”
But Psyche, uplifting her finger,
Said — “Sadly this star I mistrust —
Her pallor I strangely mistrust: —
Oh, hasten! — oh, let us not linger!
Oh, fly! — let us fly! — for we must.”
In terror she spoke; letting sink her
Wings till they trailed in the dust —
In agony sobbed, letting sink her
Plumes till they trailed in the dust —
Till they sorrowfully trailed in the dust.
I replied — “This is nothing but dreaming:
Let us on by this tremulous light!
Let us bathe in this crystalline light!
Its Sybillic splendor is beaming
With Hope and in Beauty to-night: —
See! — it flickers up the sky through the night!
Ah, we safely may trust to its gleaming,
And be sure it will lead us aright —
We safely may trust to a gleaming
That cannot but guide us aright,
Since it flickers up to Heaven through the night.”
Thus I pacified Psyche and kissed her,
And tempted her out of her gloom —
And conquered her scruples and gloom:
And we passed to the end of the vista,
And were stopped by the door of a tomb;
By the door of a legended tomb: —
And I said — “What is written, sweet sister,
On the door of this legended tomb?”
She replied — “Ulalume — Ulalume —
’Tis the vault of thy lost Ulalume!”
Then my heart it grew ashen and sober
As the leaves that were crispéd and sere —
As the leaves that were withering and sere,
And I cried — “It was surely October
On this very night of last year
That I journeyed — I journeyed down here —
That I brought a dread burden down here —
On this night of all nights in the year,
Oh, what demon has tempted me here?
Well I know, now, this dim lake of Auber —
This misty mid region of Weir —
Well I know, now, this dank tarn of Auber,
In the ghoul-haunted woodland of Weir.”
Said we, then — the two, then — “Ah, can it
Have been that the woodlandish ghouls —
The pitiful, the merciful ghouls —
To bar up our way and to ban it
From the secret that lies in these wolds —
From the thing that lies hidden in these wolds —
Had drawn up the spectre of a planet
From the limbo of lunary souls —
This sinfully scintillant planet
From the Hell of the planetary souls?”

Il Natale secondo Forster

Edward Morgan Forster (1879-1970), l’autore di “Passaggio in India”, “Casa Howard”, e “Camera con Vista”, ha una visione tutt’altro che poetica del Natale, di certo disincantata e per nulla retorica:

“In fondo mi piace il Natale… E’ una festa buffa, si avvicina alla Pace ed alla Buona Volontà. Ma è ogni anno più buffo”.

(Traduzione di Corinzia Monforte)

Il Natale secondo Dickens

La letteratura inglese (e non solo) ha detto tanto sul Natale. Ecco come si esprime l’autore buonista, perbenista , ed ipocritamente classista per antonomasia, Charles Dickens:
“Ho sempre pensato al Natale, quando arriva, come ad un tempo di bontà; tempo di gentilezza, di perdono, di amore; il solo tempo che io conosca nel lungo calendario dell’anno in cui gli uomini e le donne sembrano concordi ad aprire i loro chiusi cuori liberamente, ed a pensare agli uomini al di sotto di loro come se fossero davvero dei compagni nel viaggio verso la tomba, e non un’altra razza di creature dirette ad altri lidi” .
“Onorerò il Natale nel mio cuore e lo farò per tutto l’anno”
(da “A Christmas Carol”)
“Felice, felice Natale, che possa ripagarci delle delusioni dell’infanzia; che possa ridare al vecchio i piaceri della giovinezza; che possa trasportare il marinaio ed il viaggiatore per migliaia di miglia lontano, di nuovo al focolare domestico della sua tranquilla casa!”
(da “The Pickwick Papers”)
- Traduzioni di Corinzia Monforte

Il suono del verde - THE ECHOING GREEN by William BLake

In un mattino di primavera in un verde prato, l’io poetico di William Blake, bambino in un paese delle meraviglie dove tutto è gioia e stupore, di fronte a vecchi che ridono, improvvisamente si trasforma in un adulto consapevole che ricorda un mattino di primavera in un prato verde, quando, bambino in un paese delle meraviglie dove tutto era gioia e stupore vedeva vecchi che ridevano e sentiva campane che suonavano e la vita sembrava un unico gioco, senza preoccupazioni, ne' noia o stanchezza.

THE ECHOING GREEN
by William Blake

The sun does arise,
And make happy the skies;
The merry bells ring
To welcome the spring;
The skylark and thrush,
The birds of the bush,
Sing louder around
To the bell’s cheerful sound,
While our sports shall be seen
On the Echoing Green.
Old John with white hair,
Does laugh away care,
Sitting under the oak,
Among the old folk.
They laugh at our play,
And soon they all say:
“Such, such were the joys
When we all, girls and boys,
In our youth time were seen
On the Echoing Green.”
Till the little ones, weary,
No more can be merry;
The sun does descend,
And our sports have an end.
Round the laps of their mothers
Many sisters and brother,
Like birds in their nest,
Are ready for rest,
And sport no more seen
On the darkening Green.

IL VERDE CHE RIECHEGGIA

Il sole sorge
e fa felici i cieli,
le campane allegre suonano
per salutare la primavera;
l’allodola e il tordo,
gli uccelli di boscaglia
cantano più forte intorno
al suono allegro di campane.
Mentre i nostri giochi si vedranno
sul verde che riecheggia
Il vecchio John coi capelli bianchi
dissipa le preoccupazioni con una risata
seduto sotto la quercia,
in mezzo a vecchia gente.
Ridono del nostro gioco,
e presto tutti dicono:
“Così, così erano le gioie
quando noi tutti, ragazze e ragazzi
nella nostra gioventù eravamo visti
sul verde che riecheggia”.
Finché i piccoli, stanchi,
Non non sono più allegri;
il sole tramonta,
e i nostri giochi hanno una fine.
Intorno al grembo delle loro madri
molte sorelle e fratelli,
come uccelli nel loro nido,
sono pronti al riposo,
e nessun gioco più ci sarà
sul verde che si oscura.

(Traduzione di Corinzia Monforte)

La poesia perde tanto, quasi tutto nella traduzione. Perde il ritmo, le rime, quelle vere e quelle visive che nella lingua inglese non sono altro che quelle rime che ortograficamente combaciano ma che si differenziano nella pronuncia, come “thrush” e “bush” , “weary” e “merry”. E perde molti altri artifici retorici: allitterazioni, assonanze, onomatopee che nessuna traduzione può rendere.
Non può perdere però il suo senso: l’atmosfera di gioia che si spegne con i giochi che finiscono, il sole che tramonta, il silenzio del riposo che segue la vita.
“Il verde che riecheggia” come tutti i “Canti dell’Innocenza” ha la voce di un bambino, che ignaro del mondo vede tutto in termini positivi. Ai suoi occhi i vecchi sono spensierati, la natura è ridente e festosa, l’universo ha uno spirito infantile, finché il bambino non deve rendersi conto che non si può essere per sempre allegri. Allora il sole tramonta, i giochi finiscono, gli uccelli e gli uomini ritornano al loro nido. Il piccolo è diventato adulto, l’innocenza ha fatto posto all’esperienza ed il verde si è fatto buio.